10 X 10 | Puntata QUATTRO

Oppure?

di Sonia Lucia Malfatti

L’essenziale è invisibile agli occhi.” A. de Saint Exupéry

Sabato 5 marzo si è tenuto il quarto incontro della serie 10×10, organizzato dal collettivo MASC (Magazzino Arte Sociale Contemporanea) e dall’associazione CUT Circuito Urbano Temporaneo e parte del progetto Officina delle Voci.

Protagonista della giornata il giovane fotogiornalista Davide Bertuccio; classe 1991, messinese, Davide si laurea nel 2016 in fotografia allo IED di Milano.La fotografia è da sempre la sua passione, e le numerose pubblicazioni e i prestigiosi riconoscimenti non mancano nella sua carriera: ha infatti ricevuto premi nazionali e internazionali, ha partecipato a numerose esposizioni e festival in tutto il mondo e ha lavorato per National Geographic, Washington Post, The Guardian, Il Corriere della Sera, Art Tribune e molte altre importanti testate.

Secondo l’artista:

La fotografia è una cosa personale, totalmente soggettiva: è la traduzione di un gusto e non può mai essere oggettiva, è un’inquadratura. È un ricordo, un punto di vista, un modo espressivo di descrivere la realtà intorno a noi. È unica. Ognuno di noi avrà un punto di vista: venti fotografie dello stesso soggetto sono venti foto diverse perché rappresentano venti punti di vista diversi.

I lavori di Davide hanno una natura progettuale, mai istintiva e improvvisata. Ciò che è fondamentale è l’idea dietro la foto; prima dello scatto, prima dello sguardo – intrinsecamente soggettivo – occorre il concetto che intendiamo rappresentare. Un lavoro processuale, potremmo dire, ancor più che tecnologico e strumentale, dove proprio la progettazione dall’idea allo scatto finale assume importanza nel suo costruirsi dalla mente del fotografo alla stampa. Secondo il fotografo il processo creativo nasce da una domanda semplice ma efficace: “oppure?”. Egli afferma:

Ci sono tanti “oppure?” da porsi, fino ad arrivare alla rappresentazione finale. Ad esempio, una mela: cos’è? Un frutto. Ho sul tavolo una mela, la fotografo. Dunque, un frutto… oppure, cos’è? Inizia ad affiorare l’idea, il concetto, come la fotografo? come rappresento una mela? Potrei fotografare il seme, o l’ombra della mela, è tutto metaforico, ma comunque sarà una mela.

Davide si spinge oltre l’apparenza didascalica delle cose, la descrizione pura e semplice della realtà, e intende esprimere il mondo circostante in modo creativo e mai banale. La poesia delle cose è la vera forza motrice della sua opera; egli riesce ad interpretare la realtà di fronte all’obbiettivo come farebbero i versi di una poesia:

Ogni foto o progetto parte da un’idea. Lavoro in modo progettuale, ho una storia di base, la fotografo, la scrivo. Quando si fotografa ognuno ha il suo filo conduttore. Io ho sempre amato e stimato la poesia, perché mi permette di descrivere qualsiasi cosa non usando la parola data. La poesia usa un’infinità di concetti per arrivare a scrivere di qualcosa, non descrive mai in modo didascalico.

I lavori di Davide esprimono un approccio poetico ma saldamente ancorato a temi reali, puntando uno sguardo critico e attento sul mondo e sull’attualità, sui cambiamenti e sui fatti della nostra epoca, sui popoli e sulle minoranze etniche. Ciò che colpisce profondamente di queste opere è la loro potenza espressiva: questi scatti ci offrono una declinazione del fotogiornalismo assolutamente personale, con una forza estetica ed artistica impossibile da non cogliere. Trasmettono una bellezza che non è astratta e idealizzata, ma scaturisce dalla vita vera, dalla narrazione dei fatti della nostra contemporaneità, dalle persone che scrivono la storia giorno dopo giorno.

Davide ci ha presentato alcuni suoi progetti esemplificativi della sua ricerca. Il primo lavoro ad uscire dal cassetto è Across The River’s Flow: si tratta di un reportage che riguarda la popolazione dei Sassoni della Transilvania, con l’intento di testimoniarne la cultura, le tradizioni e il modo di vivere. La foto che apre questa raccolta mostra una ragazzina appartenente a questo popolo immersa in un tipico paesaggio verdeggiante della Romania: l’artista ha voluto rappresentare la scomparsa delle minoranze etniche, insieme alle loro lingue, usi e tradizioni. La giovane ragazza sassone è una sorta di speranza, poiché proprio nelle mani delle nuove generazioni convivono il passato, il presente e il futuro di questo popolo.

Un altro lavoro molto interessante è The Best Day of My Life. Si tratta di un insieme di scatti che testimoniano in maniera puntuale e suggestiva la “nuova normalità” a cui il covid ci ha a poco a poco assuefatti, trasformando comportamenti che prima ci sarebbero sembrati assurdi nella nostra quotidianità. Davide sceglie di rappresentare la vita ai tempi della pandemia attraverso uno dei riti più fotografati: il matrimonio. È stata scelta da National Geographic come una delle foto iconiche del 2020 la foto con due sposi nel periodo della pandemia: la chiesa quasi vuota, le mascherine in pendant con gli abiti, il parroco con guanti e maschera in plexiglass. Una sorta di tableaux-vivant dall’atmosfera quasi irreale, in una contemporaneità che segna una frattura storica, espressa proprio tramite le scene di vita quotidiane delle persone comuni.

Tra i numerosi lavori del fotografo messinese emerge un reportage di natura antropologica realizzato in collaborazione con WeWorld Onlus e Canon Italia: il progetto vuole raccontare le condizioni di vita in un villaggio africano del Benin, Fonkpame. Il lavoro si concentra sulla vita di una madre e delle sue due gemelle di otto anni; la donna aveva precedentemente avuto altri due parti gemellari, ma, purtroppo, i bambini erano morti. Secondo una credenza voodoo i gemelli sono creature quasi divine e immortali, che dopo la morte continuano a vivere nella foresta. L’artista collega questo aspetto al fatto che le due bambine, invece, attraversano giorno per giorno proprio quella foresta per recarsi a scuola, coraggiose e inarrestabili, per costruirsi un futuro che è anche un messaggio di speranza per il loro popolo. L’idea del passaggio nella foresta come attraversamento di un luogo difficile e di duplice significato (la foresta per i vivi, la foresta per gli spiriti) muove questo lavoro, dal titolo The Dust Of The Forest: come le piante ostacolano il passaggio della polvere, ma questa riesce comunque a passare, inarrestabile, le gemelle ogni giorno superano un passaggio ostile alla ricerca di un futuro migliore.

La seconda parte del nostro incontro si è svolta come di consueto in forma laboratoriale. Davide ha chiesto ai partecipanti del workshop di provare a rappresentare in modo originale e soggettivo uno dei quartieri della città di Prato. Abbiamo scelto di recarci a Chinatown, dove vive una numerosissima popolazione cinese da ormai tre generazioni. Il quartiere di Chinatown è stato nel tempo ampiamente fotografato e raccontato; il nostro scopo è stato quello di narrare altre storie, che non cadessero nella stereotipia e nella banalizzazione.

Afferma Stefania Rinaldi, presidente di CUT:

Di Chinatown si è molto parlato, però spesso le persone si avvicinano a questo luogo come per documentare qualcosa di folkloristico. Ma questo non è folklore: è vita vera.

Ed è proprio così. La comunità cinese di Prato del quartiere di Chinatown vive qui la sua normale vita quotidiana, come qualsiasi altro Pratese in qualsiasi altro quartiere della città. E sì, non si può negare: ad un primo impatto le insegne dei negozi in cinese, i simboli della cultura orientale, i prodotti gastronomici tipici, il chiassoso mercato, i giganteschi sacchi di riso impilati fuori dai supermarket, le sale da tè, le file di panni e oggetti che ondeggiano sui terrazzi, insomma tutto ciò dà l’impressione di trovarsi improvvisamente in un pezzetto di Cina. Ma presto ci accorgiamo che questo paesaggio è uno dei frutti di una globalizzazione un po’ caotica e ancora in divenire, come testimoniano i numerosi cantieri in corso, gli edifici abbandonati e i nuovi in costruzione.

Così, in mezzo al traffico di via Pistoiese, troviamo un singolare angolo di Italia, dove i contrasti stridenti fra gli elementi naturali e architettonici del paesaggio italiano e i segni di una cultura altra che a poco a poco si è conquistata i suoi spazi costruiscono un luogo interessante da un punto di vista sociale ma anche artistico, se con arte vogliamo intendere la necessità umana di interpretare in forma estetica la realtà che ci circonda e l’urgenza della sua contemporaneità.

I Cinesi di Chinatown, vedendoci scattare foto qua è là, ci hanno osservato talvolta con indifferenza, avendo già vissuto questa scena forse troppe volte, talvolta anche con fastidio e diffidenza: perché, pensiamoci un attimo, chi di noi vorrebbe essere fotografato mentre fa acquisti nel suo alimentari di fiducia, o si muove velocemente fra gli scaffali di un supermercato, si reca a lavoro, o passeggia per le vie della propria città? Nessuno, probabilmente. Tuttavia, noi non siamo stati turisti invadenti, ma ci siamo interessati con sguardo delicato e quanto più possibile discreto alla quotidianità di questo quartiere, cercando di raccontare scene di vita vera. Abbiamo vagato per le strade di Chinatown e ogni ragazzo e ragazza ha scelto di rappresentare questo luogo in modo diverso: una scritta, un simbolo, una lanterna rossa, lo skate-park del quartiere, l’interno di un’automobile, i prodotti gastronomici tipici. Oltre la banalizzazione, oltre lo stereotipo, alla ricerca di racconti credibili e vivi. Alla mostra collettiva che concluderà il lavoro del ciclo di seminari 10×10 sarà possibile vedere alcuni di questi scatti: un confronto interessante su come alcuni giovani hanno interpretato un angolo della città, ciascuno secondo il proprio punto di vista, in una diversità di sguardi che costituisce ricchezza.

Ecco alcuni scatti dell’incontro realizzati da Simone Ridi:

DI SEGUITO IL PODMASC DEDICATO ALL’ARTISTA , CURATO DAL COLLETTIVO MASC… BUON ASCOLTO!!!!!

Le attività di 10×10 Dialoghi sull’Arte sono all’interno del progetto Officina delle voci, con capofila il Comune di Prato, cofinanziato dal Dipartimento per le Politiche Giovanili e il Servizio Civile Universale a valere sul “Fondo Politiche giovanili” che mira a creare uno spazio dove trasformare le idee dei giovani in nuove imprese, in crescita e sviluppo professionale, sociale e culturale, che si configuri come un “incubatore” dedicato alla sperimentazione di interventi innovativi per valorizzare la memoria della città operaia e rivitalizzare l’offerta culturale della città.

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