10 x 10 | Puntata TRE

Mi presento, mi rappresento, sono.

di Sonia Lucia Malfatti

Il terzo incontro del progetto 10×10 ha visto protagonista l’artista Andisheh Bagerzadeh. Nato in Iran, a Teheran, nel 1993, Andisheh ha poi sempre viaggiato e lavorato in paesi diversi, a Cipro, in Spagna, in Italia; attualmente vive e lavora come artista e come docente a Firenze. La ricerca di Andisheh è versatile e multidisciplinare: video, scultura, grafica, performance. Secondo l’artista, infatti:


I tempi in cui un artista veniva definito in base alla tecnica sono finiti. Tutto ha una forza. In base alla scelta del mezzo e del soggetto si può ottenere un effetto diverso. Ogni mezzo può esprimere una sua forza intrinseca più adatta di qualsiasi altro mezzo per quel preciso contesto. In base a ciò che si sceglie si tira fuori questa forza. Occorre ragionare in termini di artista che fa cose, molto semplicemente.


A dare coesione e coerenza alla ricerca multiforme di Andisheh è la tematica che muove i suoi lavori: indagare a fondo il concetto di identità, con un’attenzione particolare per ciò che è legato all’identità nazionale. Un tema difficile, che racchiude al suo interno una vastità di riflessioni e che acquisisce un ulteriore significato se accostato all’esperienza vissuta di Andisheh, che è poi quella di moltissime altre persone in questa contemporaneità fluida e sempre più globalizzata: ovvero, cosa significa esplorare la propria identità quando ci si trova in un paese diverso da quello di origine.


Una tematica, abbiamo detto, indagata con tutti i mezzi che la ricerca artistica mette a disposizione. Noi ci siamo focalizzati sulla produzione video-artistica di Andisheh, discutendo con lui di questa tecnica affascinante e versatile:


Il mio ragionamento sul video non è proprio videoarte in senso classico, come quella di Bill Viola, Bruce Nauman… io utilizzo un caratteristica del video che è quella della documentazione. Cerco di documentare azioni con il video.


Dunque, un intento documentaristico, inteso come registrazione e restituzione di un processo creativo che diventa esso stesso produzione artistica. Sono molti i lavori di Andisheh che si muovono su questa linea: insieme, ne abbiamo analizzati due che esplorano la tematica identitaria sotto differenti aspetti.

La prima opera video, Annegare, riflette in modo molto suggestivo sul tema dell’identità nazionale: cosa vuol dire appartenere ad una nazione? Secondo l’artista il concetto di sentirsi stranieri può essere capito solo da chi ha vissuto questa esperienza sulla propria pelle, da chi ha attraversato un confine, reale e simbolico. Andisheh ha chiesto a varie persone provenienti da diversi paesi e attualmente residenti in Italia di prendere fiato e ripetere la frase “Sono italiano/a” per la durata di un respiro, recitandola fino al limite di sopportazione per la mancanza d’aria. Forzare il processo automatico della respirazione rende tale azione difficile e artificiosa, non più spontanea, proprio come accade quando si tenta di parlare una lingua nuova che non è quella madre. Il lavoro, strutturato in un video tripartito, presenta vari spunti di riflessione: il sentimento di appartenenza a una patria-casa, la condizione di chi ancora si sente straniero o è trattato come tale, la perdita di significato delle parole generata dalla loro continua ripetizione, il trasformare un’azione naturale e automatica come la respirazione. Di sottofondo, i rumori creati dall’artista che tenta di auto-annegarsi in un lavandino, ribadendo la difficoltà del processo di conquista di un’identità nazionale.


Il secondo lavoro presentato è stato il video Bathe, altra opera molto interessante. Si tratta di un lavoro nel quale l’artista presenta sé stesso nell’atto di sbiancare la bandiera iraniana con vari solventi, fino a farne svanire i colori. La performance, afferma Andisheh, non ha valore politico e provocatorio, contrariamente a quanto si possa pensare. Quello che l’artista intende porre sotto l’attenzione del pubblico è l’oggetto-bandiera, portatore di significati specifici, quali la nazionalità, il patriottismo, l’identità, e allo stesso tempo dotato di una sua specifica materialità. Attraverso l’azione del lavare via i colori, l’artista annienta la riconoscibilità di quella bandiera, e dunque anche il valore di potente simbolo, ritrasforma l’oggetto in un materiale crudo, a cui poter assegnare nuovamente significati e valori altri. Afferma l’artista:


Sul termine “materiale” occorre aprire un grande capitolo. Ci sono materiali tradizionali come il marmo, la tela, il legno, l’argilla, per forme d’arte specifiche. Ma tutto è materiale, qualunque cosa può diventarlo. Invito sempre gli studenti a cercare di aprire un po’ la mente su ciò che viene considerato materiale. Bisogna avere una libertà quasi infantile di vedere le cose come materiale: questo è fondamentale nella pratica d’arte.


Accanto a questa riflessione più prettamente tecnica, l’atto dello sbiancamento della bandiera ha ovviamente un valore simbolico: all’oggetto viene dato un nuovo battesimo che si configura come un atto di rinascita e riappropriazione. Un gesto molto forte che si lega alla riflessione dell’artista iraniano secondo cui l’identità nazionale non è data una volta per tutte, ma è un substrato reattivo e ibrido, continuamente contaminato e modellato dalle esperienze di vita.

Sul tema dell’identità abbiamo riflettuto anche in modo collettivo. A ciascun partecipante è stato chiesto di portare un oggetto che lo rappresentasse in forma artistica. Ognuno ha scelto qualcosa di significativo, in un dialogo a più voci che ha costituito un momento di ascolto e apertura reciproci. Tanti ragazzi e ragazze, tante storie diverse: Riccardo ha portato alcuni suoi autoritratti fotografici attraverso i quali ha condotto una riflessione su sé stesso e sulla propria autostima; Matilde ha presentato alcuni suoi disegni e gli occhiali che ha realizzato nel corso dei suoi studi di ottica; Viola ha scelto un’arancia, come simbolo di sintesi e perfezione naturale, nonché come portatrice di significati legati alla propria esperienza personale; Stefania ha mostrato una vecchia foto della nonna per rappresentare l’idea di opera d’arte che vive attraverso la memoria e i significati che le persone e le epoche le assegnano. E così via, ognuno si è presentato raccontando ai presenti una parte importante della propria identità.


L’incontro si è concluso con il consueto momento laboratoriale previsto negli incontri 10×10. L’artista Andisheh ha guidato i ragazzi nella realizzazione di un video che sarà poi presentato alla mostra finale. Luci spente, una sola illuminazione centrale, una sedia al centro: pochi istanti in cui ogni partecipante, a turno, si è seduto su quella sedia e ha pronunciato un’unica frase per descriversi. È stato difficile trovare l’espressione giusta: la ricchezza di un’intera personalità tradotta soltanto in qualche parola, in una frase. Eppure, i nostri ragazzi e le nostre ragazze ci sono riusciti, disvelando un pezzetto significativo delle loro personalità e, contemporaneamente, attraverso quest’atto di auto-analisi e auto-presentazione, aggiungendo un piccolo, significativo frammento alla costruzione della propria identità.

Ecco alcuni scatti dell’incontro realizzati da Simone Ridi:


DI SEGUITO IL PODMASC DEDICATO ALL’ARTISTA , CURATO DAL COLLETTIVO MASC… BUON ASCOLTO!!!!!

Le attività di 10×10 Dialoghi sull’Arte sono all’interno del progetto Officina delle voci, con capofila il Comune di Prato, cofinanziato dal Dipartimento per le Politiche Giovanili e il Servizio Civile Universale a valere sul “Fondo Politiche giovanili” che mira a creare uno spazio dove trasformare le idee dei giovani in nuove imprese, in crescita e sviluppo professionale, sociale e culturale, che si configuri come un “incubatore” dedicato alla sperimentazione di interventi innovativi per valorizzare la memoria della città operaia e rivitalizzare l’offerta culturale della città.

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