Soccorso Storico | Capitolo DUE

Soccorso Storico | La Chiesa del Soccorso e dintorni OGGI

di Silvia Giagnoni

Molto è cambiato da quando Monsignore si ammalò e Marco Pratesi divenne il parroco del Soccorso. Innanzitutto, in quella che era l’area d’influenza del castello di Monsignore sono sorte ben undici parrocchie. “Con la crescita del quartiere,” mi fa notare la professoressa Bertini. “La Resurrezione [a Mezzana], l’Ascensione [al Pino], la chiesetta di legno di S. Caterina de’ Ricci dove vado io, e si è ingrandita S. Pietro a Grignano, per nominarne alcune.” Lontani sono gli anni in cui la parrocchia del Soccorso contava 18,000 persone.


Ma soprattutto è cambiato il mondo intorno alla chiesa. “E’ un dato di fatto. Va via una famiglia italiana e ne entra una straniera,” dice don Marco. Negli ultimi 25 anni, il quartiere ha visto affluire tantissimi stranieri che hanno contribuito a mutarne l’aspetto—i colori, gli odori, i suoni. Secondo i dati dell’Ufficio di Statistiche e Censimenti del Comune di Prato (giugno 2020), il 36.4% degli abitanti del Soccorso sono oggi stranieri (2,876 su 7,894), di cui il 19.7% cinesi (1,558), 3.8% albanesi (302), 3% (237) pakistani, 2.8 rumeni (227), e 5.7% (456) di altra provenienza.


Come tutte le trasformazioni, anche questa non è stata indolore. Ancora una volta, dalla chiesa è venuta una prima apertura: difficile, dibattuta, ma anche profondamente voluta da chi poi ha portato avanti i progetti che ancora esistono sul territorio. La tradizione di accoglienza degli immigrati al Soccorso comincia di fatto con Don Aiazzi. I primi albanesi, quelli “arrivati con il barcone” a inizio anni Novanta, furono accolti proprio da Monsignore e portati a lavorare al Montaione, mi racconta Fatighenti della Pro Verbo. “[Don Aiazzi] è passato per un grande affarista ma sicuramente è stato anche un uomo che ha saputo cogliere i segni [del tempo],” dice Livia Tomasi. “La Livia” è considerata da molti un’istituzione al Soccorso. D’altronde, lei e il marito Giuliano (diacono della chiesa), sposati da don Aiazzi alla Collinella del Montaione nel 1977, abitano da oltre trent’anni accanto alla chiesa. “Abbiamo scelto di vivere la vita di comunità,” mi spiega. “Abbiamo fatto affidamento per tanto tempo.” E la vita di Livia Tomasi, oggi insegnante in pensione, per tanti ragazzi del Soccorso maestra di vita, mentore, una presenza per alcuni anche ingombrante, senza dubbio però un’esistenza dedicata agli altri.


Finita l’era Bambagioni/don Aiazzi, con “don Marco e la Livia” è subentrato anche un nuovo modo di gestire la parrocchia, da quanto dicono loro. Quel che è certo, data la miriade di attività in cui sono coinvolti, è che il “vuoto” lasciato da Monsignore nel quartiere è stato presto colmato dai due; un cambiamento che cerca di interpretare la società proiettando il mondo cattolico nel ventunesimo secolo. “Abbiamo rivitalizzato l’oratorio e cercato di attuare un nuovo modo di fare catechismo fuori dai canoni dell’Azione Cattolica,” continua l’ex professoressa. Il metodo? “Una via di mezzo tra l’Azione Cattolica e gli scout;” per esempio, “sono state potenziate le attività educative aperte a tutti e non solo a chi faceva un certo percorso.” I ragazzi più grandi erano impegnati nel GREST (Gruppo Ricreativo Estivo) e nel recupero scolastico, ma anche nel servizio alla mensa dei poveri La Pira. Una di loro, la documentarista Eleonora Orlandi, ricorda il periodo in cui sono arrivati gli albanesi nel quartiere. “Ad un certo punto, hanno iniziato a vivere la loro vita nel quartiere, così come le famiglie pratesi hanno continuato a vivere la loro,” dice. “Per questo, è stato fondamentale il lavoro svolto dalla parrocchia nel processo d’integrazione.” D’altra parte, al Soccorso come altrove, tocca spesso alle seconde generazioni compiere il difficilissimo compito di essere italiani e mantenere parte della propria identità (etnica). Il luogo per eccellenza dove avviene tale integrazione è la scuola. Alla primaria Collodi, il 64% (336 su 498) degli studenti sono “stranieri”; alle medie Malaparte, il 36.5%, (176 su 482), secondo l’Ufficio di Statistiche e Censimenti del Comune di Prato (2018), dati che mostrano un chiaro trend in aumento della popolazione scolastica straniera. Sono bambini per lo più cinesi, albanesi, pakistani, marocchini, rumeni—ma di fatto sono decine le etnie che si registrano tra i residenti oggi del quartiere—il che vuol dire che i genitori sono cinesi, albanesi, pakistani, marocchini, rumeni. In molti casi, sono nati a Prato e quindi sono di fatto, anche se non ancora tutti legalmente, italiani.

Per cercare di venire incontro alle esigenze degli abitanti del quartiere, “ai bisogni della persona,” nel 2003 Livia Tomasi ha fondato la onlus Cieli Aperti. “Una scelta di campo,” quella di rimanere una onlus, fuori dalla Chiesa e fuori dalle logiche istituzionali, che ha consentito all’associazione di avere “più libertà,” dice Tomasi. Cieli Aperti ha sede presso i locali in comodato d’uso dietro la chiesa dove un tempo c’erano fabbriche, poi l’asilo e le classi della Casa del Fanciullo, infine l’Osservatorio Sismologico. Qui oggi l’associazione offre servizi di recupero scolastico, accoglienza, sportello d’ascolto, alfabetizzazione. ABC- Inizio di una storia, Il piccolo libro che racconta la storia della onlus, apre proprio con una citazione dai Sette pilastri dell’educazione secondo M. Bergoglio, le parole di Papa Francesco. “Educare è integrare (…) “L’educazione non è individuale ma di comunità.” Il Centro Interculturale Léghein, appendice di Cieli Aperti, nasce nel 2006 come “luogo d’incontro e di dialogo tra le persone” (ABC- Inizio di una storia, 32). Chi frequenta l’associazione, così come molte attività ludiche che offre la chiesa, sono di fatto per lo più stranieri—nigeriani, cinesi, pakistani, coadiuvati da mediatori culturali in lingua urdu e mandarino. Cieli Aperti è dunque divenuta un punto di riferimento nel quartiere, in particolare tra le famiglie di immigrati: non un servizio di prima accoglienza, bensì l’essenziale lavoro sul territorio di cui hanno una disperata necessità quartieri come il Soccorso. E le attività educative e ludico-motorie offerti per i ragazzi (gratis o a costi minimi) vengono incontro soprattutto alle esigenze delle nuove famiglie residenti nel quartiere. Parlo con Sandra Ero, nigeriana, tre figli in età scolare. Sandra è altissima e ha un bel viso incorniciato da dreadlock lunghissimi. Qualche anno fa ha conosciuto Veronica Ramponi, figlia della Livia, nella piazza davanti alla chiesa. Erano entrambe incinta, hanno cominciato a parlare. Così Sandra è venuta a conoscenza dei servizi di recupero scolastico e con i figli ha cominciato a frequentare l’associazione. Parlando con Sandra, Veronica si è resa conto delle esigenze di un supporto educativo per i genitori stranieri, il che ha comportato un potenziamento dei corsi di italiano presso l’associazione. La conoscenza della lingua come fondamentale strumento per la comunicazione tra le persone, perché come diceva don Milani, “ogni parola che non impari oggi è un calcio in culo domani” (citato anche in ABC- Inizio di una storia, p.34). Tramite Sandra, altre mamme nigeriane e marocchine sono state coinvolte. “Gli faccio pubblicità,” mi dice la donna ridendo. “Ci siamo messi a insegnare alle mamme a fare i compiti con i bambini (…) per recuperare il ruolo genitoriale,” dice Veronica che gestisce i social e le risorse di Cieli Aperti. Sandra, d’altra parte, aveva bisogno di un lavoro ed è stata assunta dall’associazione per fare le pulizie. Lei vive con la famiglia nel palazzo che ospita TV Prato. A Sandra piace il quartiere. “Mi sento libera e poi lavoro proprio qui e non devo prendere l’autobus. Ho tutto vicino [al Soccorso].” Sandra non ha la macchina, ma può arrivare ai negozi africani del centro in pochi minuti.
Ultima di sei figli, Sandra è arrivata in Italia a 19 anni per sfuggire alla povertà. “Mia madre è orgogliosa di me,” dice la donna, l’unica della sua famiglia ad essere emigrata in Europa. Quando può, manda dei soldi a casa in Nigeria. “Per mangiare,” precisa. Prima della pandemia, i corsi di italiano erano frequentati anche da una ventina di donne pakistane che in genere arrivavano “con i bambini piccoli, dopo aver lasciato gli altri alle Collodi. “Tutte col burka,” precisa la Livia.
Cieli Aperti, di fatto, non si è fermata durante il lockdown. Tutt’altro. Ha organizzato video-incontri di psico-educazione e supporto psico-emotivo settimanali con le ragazze e i ragazzi e con le famiglie, un importante sostegno in un periodo difficile, specie per gli studenti delle scuole superiori—l’associazione gestisce lo sportello di ascolto al Dagomari, istituto tecnico e professionale dove il 44% degli studenti sono di origine straniera (145 su 329). Per Sandra è stata dura gestire i figli: aveva problemi di connessione e all’inizio non riusciva a mandare i compiti. “Chiamavo anche 4-5 volte al giorno,” dice Sandra. “Li ho fatto impazzire!” Sandra mi racconta che ha anche rifiutato il tablet che la scuola avrebbe fornito. “Perché ci sono le regole… Qualcosa che è tuo fai quello che vuoi, ma anch’io non sono brava con questi computer. Se si blocca, io penso sia rotto e mi agito.” Per paura di rompere il tablet, Sandra ha preferito “fare tutto col suo cellulare.” A casa si erano organizzati così: la mattina facevano i compiti i due figli maschi mentre dopo le due ci si metteva la bambina. “C’era poi una mamma che veniva a portarmi le fotocopie dei compiti a casa,” continua. La didattica a distanza (DAD) ha forzato anche lo staff di Cieli Aperti ad inventarsi nuovi modi per raggiungere la propria utenza. “Il lockdown ha slatentizzato ciò che era latente.” In tanti hanno sofferto di “ansia, ipocondria, insonnia, difficoltà di concentrazione,” mi dice Alessia Facchini, psicologa dell’associazione. Abbiamo svolto incontri di psico-educazione volti a prevenire sintomi da post traumatic stress disorder. Al Soccorso, dove lo spazio verde e condominiale è scarso o assente, tali servizi durante l’emergenza sono stati ancor più preziosi. “Per molti, l’unica fuga dagli appartamenti, spesso piccoli, erano i garage,” continua Facchini. Anche la Polisportiva Il Sogno, le cui attività sono satellitari a Cieli Aperti, ha continuato a offrire corsi di karate e pallamano a distanza.
Quest’estate Il GREST è ripartito, sebbene in versione assai ridotta, ma l’associazione, che conta oltre venti dipendenti part-time, sta pensando ad una riduzione del personale. Per la Livia questa è anche “una sfida per reinventarsi,” un qualcosa che costringerà Cieli Aperti a “fare scelte di campo,” nonostante ammetta che si tratti certamente di una battuta di arresto su certi fronti.
“L’anno scorso oltre venti bambini cinesi hanno partecipato al GREST in un esperimento di integrazione unico in città e forse in Italia,” mi dice con orgoglio. L’associazione si avvale di Simona Di Rubba, coordinatrice didattica dell’L2 e di Xu Liping, una mediatrice cinese.” Ma Xu Liping è rimasta bloccata in Cina per via della pandemia e nonostante abbia continuato a fare mediazione via Skype, “con i cinesi chiusi in casa da fine febbraio,” quest’estate solo 4-5 ragazzini hanno continuato a frequentare. Per questo, anche Di Rubba teme che tanto del lavoro fatto vada perso.

Don Marco riporta una sconfitta nel raggiungere i più giovani. “Siamo passati da avere 80 cresime nel 1997 a solo 30 quest’anno. Dai 400 ragazzi che facevano catechismo adesso ne sono rimasti 150.” Incontro Don Marco in canonica in un caldissimo primo pomeriggio di luglio. Lo trovo in maglietta bianca—in attesa di vestire la tonaca, per dire la messa delle sei. Ha la barba lunga e un po’ bianca di un uomo di sessant’anni. Mi colpiscono le mani affusolate che mi ricordano quelle di tanti santi dell’iconografia cristiana.
“Ci sono tante proposte appetibili oggi. Tra un film di Bergman (che potremmo offrire qui in parrocchia) e un videogioco, tanti scelgono quest’ultimo,” riflette amaramente don Marco. “Un tempo invece per i ragazzi andare a fare un campo estivo nel Casentino era un’avventura,” ma adesso che possono “andare a prendersi il gelato a Londra” non lo è più forse.
Oltre ad essere parroco di Santa Maria del Soccorso, don Marco è bibliotecario della Roncioniana, organista, oltre ad aver pubblicato nel 2010 La Via del Cuore, una riflessione che delinea un percorso spirituale a partire dalla distinzione tra psiche e cuore. C’è chi dice che don Marco può fare il musicista, lo storico d’arte o lo scrittore, perché “il parroco lo fa la Livia.” Dal modo che gli è proprio di parlare, con i volteggi delle sue mani da santo, a me don Marco sembra soprattutto una persona che pensa tanto. Un parroco certo diverso da don Aiazzi che pure suonava il piano ma che lo aveva abbandonato perché “c’era sempre tanto da fare,” come ricorda la professoressa Bertini. Sono anche uomini, prima di essere preti, di generazioni diverse. E poi Monsignore ebbe modo di scegliere il proprio successore. “Se non gli andavo bene, di sicuro non sarei qui,” puntualizza don Marco alludendo alla personalità e al potere di don Aiazzi, che con scuola, radio, TV, casa di vacanze e di cura, aveva creato “un vero e proprio alter ego della Diocesi,” come la mette la Livia.
Per “sganciare del tutto” la parrocchia del Soccorso dalla Pro Verbo di Monsignore, ci sono voluti anni, mi fa sapere don Marco. Esisteva, di fatto, un’osmosi tra le due entità. Per dire, c’era “un’unica caldaia per la scuola e la canonica,” continua il prete. “Quando chiudeva la Casa del Fanciullo per le vacanze natalizie si restava al ghiaccio!”
La Pro Verbo, la cui Fondazione è stata messa in liquidazione nel 2016, prosegue le proprie attività come associazione nella sua sede storica nel quartiere; nel tempo, ha venduto però molte delle sue proprietà al Soccorso, inclusa la scuola (adesso S. Caterina de’ Ricci gestita adesso da Scuole Libere), la radio (nel 2014) e la televisione. Di recente, la Fondazione S. Rita ha acquisito i locali dove un tempo Monsignore ospitava le ragazze madri, li ha ristrutturati e per circa tre anni ha gestito un Centro di Accoglienza Straordinaria (CAS) in via Roma 190-192-194. Data la vicinanza con la chiesa e l’associazione, gli ospiti della struttura hanno collaborato sia con la parrocchia che con Cieli Aperti. La Cooperativa 22, che per conto della Fondazione S. Rita ha avuto in gestione la struttura di accoglienza di base, garantiva ai richiedenti asilo assistenza sanitaria, logistica e legale. “Offrire tale servizio residenziale in convenzione con la prefettura è complesso, ma durante l’emergenza sbarchi abbiamo ospitato fino a oltre sessanta persone al Soccorso,” dice Nicoletta Ulivi, coordinatrice della cooperativa.
Un po’ per via della fermata dell’autobus, un po’ per via del CAS, la presenza di “frotte di neri” in piazza della chiesa, come la mette sarcasticamente don Marco, ha portato “tensione nel quartiere.” Nicoletta Ulivi, coordinatrice della Cooperativa 22, parla del rapporto di collaborazione con la parrocchia—per tener puliti i locali esterni e abbellire le fioriere della chiesa—e con Cieli Aperti attraverso la Ciclo Officina (di fatto, satellitare all’associazione), dove i richiedenti asilo potevano imparare a riparare le biciclette. Le collaborazioni per favorire l’integrazione da parte della Coop 22 sono state tante, continua Ulivi; tra queste, le attività teatrali (recitazione, costumi, scenografia), sportive (con il Coiano-S. Lucia Calcio), progetti di alternanza scuola/lavoro (con il Copernico e il Brunelleschi), il servizio civile, il confezionamento delle ceste di Natale per conto della Fondazione, e attività di volontariato attivo in convenzione con il Comune di Prato, quali la pulizia delle zone verdi della città.

“Finita l’emergenza degli sbarchi (fine 2019) e con l’uscita delle persone dai progetti, c’è stato un progressivo calo della necessità del servizio (…) La struttura è stata piano piano dimessa,” mi dice Ulivi. Adesso, la Cooperativa 22 gestisce al Soccorso un servizio di emergenza abitativa per donne con bambini in convenzione con l’Assessorato ai Servizi Sociali del Comune di Prato.

Oggi nella parrocchia, ci sono tante famiglie composte da un solo componente, spesso anziano, conclude don Marco. I figli di coloro che si trasferirono nel quartiere negli anni Sessanta, molti dal Sud, vivono altrove. “La nostra è dunque una pastorale di assistenza agli anziani,” continua. Non sono molti gli stranieri, anche tra i più giovani, che vanno in chiesa. La parrocchia di Santa Maria del Soccorso raggiunge forse gli 8,000, ma si tratta solo di una stima, ci tiene a precisare il prete. “Ci sono talmente tante leggi e tanta di quella burocrazia che ho preferito non fare un censimento.”

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