Soccorso Storico | Capitolo TRE

Frutta e verdura da Mohamed 

Silvia Giagnoni incontra l’egiziano Mohamed Shanin, nuovo “acquisto” del quartiere 

Incontro Mohamed Shanin un’asfissiante domenica mattina di inizio agosto. Mohamed mi ha detto di venire oggi perché c’è meno gente e possiamo parlare. Meno gente vuol dire che non c’è la fila al negozio. L’ortofrutta è sempre aperto, “ORARIO NO STOP” dalle sei di mattina alle nove e mezzo di sera, come recita il cartello affisso dietro al bancone. Sebbene l’ortofrutta di Mohamed sia a due passi dai giardini di via Carlo Marx da tre anni e mezzo, la gente del Soccorso sa oramai dove trovare la frutta e la verdura migliori. E i clienti arrivano anche da altre parti della città.


Bambina!

Si rivolge a me, che prendo appunti sul bancone accanto a Mohamed. È Adriano, un signore in pensione che viene qui regolarmente con la moglie. Adriano è passato dal “signora” al “bambina” e glielo faccio notare. Scherziamo un po’.


Guarda!

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Mi invita a osservare Salam, il nipote di Mohamed, mentre porta la spesa della coppia fino alla macchina parcheggiata al di là della strada. “È sempre così, non lo fa perché ci sei te.”
“Questi ragazzi, tutti questi ragazzi sono fantastici,” ripete Adriano che con la moglie abita in viale Montegrappa. “Qui i prodotti sono ottimi, il servizio è ottimo.”


Mohamed, 38 anni, egiziano, di Gharbia, una cittadina a un’ora e mezzo da Il Cairo, è il più grande dei tre fratelli—gli altri due, Mohamed detto “Mimo” e Mahmud—che gestiscono questo negozio assieme al cognato, Aldo, e al nipote, appunto, Salam; sono anche in società con il cugino e un amico che hanno un altro ortofrutta in via Firenze. Adriano non è un’eccezione. I clienti che si susseguono mentre intervisto Mohamed sembrano per lo più abituali, non si sono trovati qui per caso, sanno che da Mohamed trovano ciò che cercano e di ottima qualità. Lo si capisce dal modo in cui Mohamed scherza con loro e da come i clienti lo trattano con un misto di rispetto e confidenza. “Prima di aprire ho fatto quasi cinquemila pubblicità,” mi confessa. “Ma non conta niente. Conta quando la gente entra qui e vede come lavori. Mohamed è arrivato in Italia 12 anni fa. Ha lavorato come dipendente in via Casilina, a Roma, per qualche tempo, e poi, con il resto della famiglia, ha avuto l’opportunità di aprire un negozio per conto proprio qui al Soccorso. “I toscani sanno riconoscere le cose buone,” mi dice. Mohamed si trova bene qui e ama l’Italia. L’ha scelta perché “la gente è aperta qui” e non ne è rimasto deluso. Ha studiato all’università per diventare commercialista ma mi dice che nel suo Paese se non conosci qualcuno che ti dà una spinta, non vai da nessuna parte. (Esattamente ciò che pensavo io quando me ne sono andata dall’Italia). I sociologi lo chiamano “brain waste,” spreco dei cervelli (e dei diplomi presi in altri Paesi), ma il duro lavoro paga. Mohamed a Prato sta bene e conta di portare qui la famiglia—moglie e tre figli. Il lockdown ha rallentato tutto, ma ha intenzione di ultimare le pratiche alla questura quanto prima.


“I giovani non hanno voglia di lavorare oggi. Non solo qui, eh. In tutto il mondo,” dice Mohamed mentre imbusta l’ennesima borsa di frutta. “Ciao zio,” saluta poi il cliente. Guarda avanti, oltre, mentre le sue mani si muovono veloci in gesti familiari.
La sua giornata, me la racconta, sembra davvero non finire mai: intorno a mezzanotte va al mercato di Novoli, tutti i giorni tranne il sabato, poi torna al negozio, sistema la roba e verso le tre o le quattro se ne va a casa—abita vicino al Duomo, ma la sua vita è al Soccorso. Anche a pregare, va spesso “con un amico” al centro di preghiera pakistano in via Ferrara. La mattina si alza verso le dieci e va al negozio dove trascorre gran parte della giornata.
Mi spiega che al mercato di Novoli arrivano per lo più frutta e verdura dalla Puglia e dall’Emilia Romagna e che il cocomero migliore è quello di Mantova o di Ferrara. Mi meraviglio, da profana, della presenza di finocchi provenienti, come indica il cartello, dalla Puglia. Sono di serra, dice Mohamed, adesso si trova di tutto, anche fuori stagione, grazie alle serre. Le arance, poi, vengono dal Sudafrica dove là è inverno.
Quando è in Italia Mohamed lavora dunque 14 ore al giorno, ma quando va in Egitto, in genere per qualche mese, trascorre tutto il tempo con la famiglia. È lì, a Gharbia, che Mohamed ha passato il lockdown. Il negozio al Soccorso non ha mai chiuso—c’era il fratello, “Mimo”—e nemmeno, precisa, c’è stato un calo di vendite.

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“Sono io quello sopra al cammello,” dice Mohamed ad un bimbo indicando il poster turistico con le piramidi affisso alla parete sopra al bancone. Il padre sorride.

“Facciamo uno sconto,” aggiunge mentre imbusta la spesa e guarda avanti.

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