Soccorso Storico | Capitolo UNO

Soccorso Storico | La Chiesa del Soccorso e il Quartiere Ieri
di Silvia Giagnoni

Se veramente vogliamo raccontare un quartiere con una storia come il Soccorso, come mi accingo umilmente a fare, dobbiamo partire dalla chiesa che ne è il centro cronologico e propulsivo.

Santa Maria del Soccorso, da cui il quartiere prende il nome, è una parrocchia mariana nella “città della Madonna.” La storia è nota: la leggenda racconta che nel 1574 l’immagine della Vergine dipinta su un tabernacolo fuori dalla Porta Santa Trinita salvò dalle piogge torrenziali una giovane donna con il suo gregge; quel luogo divenne allora meta di pellegrinaggio e fu proprio con i doni e le offerte lasciate che fu possibile costruire l’oratorio e poi la chiesa. L’edificio ha una struttura semplice, che segue regole comuni per le architetture sacre tardo-cinquecentesche; è un esempio dunque di produzione minore ma presenta un originale portico su tre lati.
Ed è qui vicino alla chiesa che si trovano l’unica piazza, dedicata a Don Danilo Aiazzi, prete-imprenditore nella città degli imprenditori, la scuola cattolica—un tempo Casa del Fanciullo, adesso Santa Caterina de’ Ricci—e, oltre la trafficata via Roma, TV Prato, l’emittente della Diocesi, quest’ultime entrambe fortemente volute da “Monsignore,” come veniva chiamato il parroco del Soccorso.

Per questo, e per molto altro, non si può parlare del quartiere senza confrontarsi con la figura di Don Aiazzi. Scomparso a 75 anni nel 1997, il prete costruì a partire dal dopoguerra, un vero e proprio “castello” al Soccorso (e oltre). Così lo definisce Don Marco Pratesi che affiancò Don Aiazzi come viceparroco dal 1987 al 1991 e che a lui è succeduto poco prima della sua morte. E come ogni castello che si rispetti, c’erano vassalli e valvassori, se non proprio servi della gleba perché di fatto erano tutti servi di Dio e lavoravano strenuamente per il Suo Regno.

Ne incontro uno dei pochi rimasti, uno disposto a parlare, a raccontarmi delle storie sul Soccorso e degli aneddoti su Don Aiazzi. È uno dei più giovani Velio Fatighenti, ha 71 anni, è ingegnere in pensione, e conobbe Monsignore da ragazzo. Le castellane, coloro che tenevano il governo del castello nel nome del (Mon)signore, furono però le “signorine;” tra queste, la giornalista Giuseppina Gestri e l’iniziatrice della Pro Verbo assieme a Don Aiazzi, Olga Beccani; le altre, sono quasi tutte morte, e quelle ancora in vita non han voglia di raccontarsi perché “il bene si fa ma non si dice.”
Luogo d’elezione per una chiacchierata che mi porta nella Prato che fu lo splendido Chiostro di San Domenico in un caldo pomeriggio d’inizio agosto. Fatighenti, di fatto, è qui per via dei lavori di restauro voluti dal gruppo da lui fondato (Gruppo Storico San Domenico).
“Il primo progetto [di don Aiazzi],” comincia il rappresentante della Pro Verbo accendendosi la prima di una serie di sigarette, “fu proprio quello dell’‘inculturazione’ di queste ragazze che venivano dalle campagne attorno a Prato. Casale, Tobbiana, …”
Fatto notevole in una città che fino agli anni Settanta aveva un tasso di scolarizzazione bassissimo, anche per via della possibilità di guadagnare bene sin da giovanissimi. Ma Don Aiazzi non aveva tanto a cuore l’istruzione femminile di per sé: la sua idea era quella di far studiare queste ragazze per poi, a sua volta, far loro indottrinare i più piccoli. Don Aiazzi comincia infatti nella Gioventù italiana dell’Azione Cattolica (Giac) e incentrerà il suo fervore pastorale sull’educazione dei giovani.
Costruita dove c’era il cimitero, la Casa del Fanciullo apre i battenti nell’ottobre del 1955 con la materna e le elementari e poi dalla fine degli anni Settanta con le medie. Don Aiazzi si fa aiutare da sua cugina, Suor Roberta, che poi diverrà Madre Generale delle Suore Francescane dell’Immacolata. Con lei, forte dell’esperienza della scuola d’infanzia di Casale, si confronterà negli anni, si scontrerà anche. D’altra parte, la scuola era fondamentale nel progetto di Don Aiazzi per dare “una possibilità di scelta alle famiglie del quartiere.” Rappresentava un’alternativa alla statale ad un prezzo abbordabile, imbattibile sul territorio pratese, perché finanziata prima dallo stesso parroco e dalla chiesa e poi dall’Associazione fondata da Don Aiazzi nel 1972, la Pro Verbo, che a sua volta si appoggiò alla Cassa di Risparmio di Prato di cui proprio l’anno precedente ne aveva assunto la guida Silvano Bambagioni, amico e confidente di Monsignore. Direttore della Cap e preposto della Misericordia, il “Bamba” proveniva dal sindacalismo cattolico ed era fedelissimo di Giulio Andreotti.
Ma prima di poter attingere come tanti a Prato alla “Mamma,” Monsignore coinvolse anche i diocesani nella costruzione della Casa del Fanciullo. “Fu inventato quello che ora si chiama il ‘crowdfunding’,” continua Fatighenti ridacchiando. “Ogni mese chi poteva e voleva contribuiva al fondo per la creazione della scuola.”
Sono anche gli anni ad alta immigrazione—migrazione interna alla Toscana, dall’alto Mugello, Siena, Arezzo—e poi dal Sud che portano ad uno spiccato aumento dei voti del PCI e del PSI in città dove la Democrazia Cristiana perde, nel 1958, la maggioranza relativa. Tra il 1948 e il 1952 si verifica una trasformazione del modello produttivo pratese con una polverizzazione delle attività lavorative (il telaio a domicilio).
Il Soccorso è un quartiere di cruciale importanza in questo senso: crocevia delle continue trasformazioni della città. Nel lavoro di apostolato nel quartiere, c’era l’attenzione “agli operai che si ammazzavano di lavoro,” continua Fatighenti. All’inizio, Monsignore affittava delle case a Vittoria Apuana, mi racconta Carla Bertini, una delle signorine, vicina a Monsignore e insegnante per vent’anni alla Casa del Fanciullo. “La gente non l’aveva mai visto il mare allora.” Qualche anno dopo, alla morte del padre Virgilio, un carbonaio commerciante, don Aiazzi, ereditò un po’ di soldi e decise di investirli in una casa per ferie, Villa Verde, presso la località di Poveromo al Cinquale. “Dava così la possibilità di andare in vacanza a chi mai avrebbe potuto permettersi di fare ferie come famiglia,” conferma Fatighenti. “All’inizio si trattava veri e propri accampamenti, ma furono presto costruite sistemazioni sobrie ma decorose.” Villa Verde aveva la sua signorina/castellana e andava avanti “grazie anche alla collaborazione:” c’era chi faceva il giardino, chi stava in cucina, chi puliva. “Non [era] solo rivolto a chi stava sotto il campanile,” tiene a sottolineare l’ingegnere. “Ricordo le discussioni fatte all’ombra dei pini (…) C’era veramente tutto l’arco costituzionale,” Fatighenti ridacchia fumo. “C’era chi pregava e c’era chi bestemmiava!”
Le famiglie del Soccorso (e non solo) andavano dunque d’estate a Villa Verde.

Ma facciamo un passo indietro, torniamo agli anni di Peppone e Don Camillo, in cui preti militanti come Don Milton Nesi (a Coiano), alla guida dell’Osservatore Toscano e con i Comitati Civici di Gedda e lo stesso Don Aiazzi con le sue attività nella comunità del Soccorso e oltre, combattevano ognuno a suo modo “il Pericolo Rosso.” Già nel dopoguerra, mentre era ancora studente a Roma e di ritorno a Prato prestava servizio al Soccorso, il giovane Aiazzi la sera andava per il quartiere a far comizi per la democrazia cristiana.

In questo clima, si inserisce la nota vicenda dei “concubini di Prato,” cioè dei concubini del Soccorso visto che fu proprio questo il luogo (la chiesa di Don Aiazzi) da cui ne scaturì il dramma.

Correva l’anno 1956 e fuori dalle mura, dalla Porta Santa Trinita alla Chiesa del Soccorso, era appena cominciata la costruzione selvaggia dei palazzoni in quelli che erano stati terreni di proprietà dell’ospedale. Sono gli anni in cui Prato assume una sua identità autonoma da Firenze: la città cresce esponenzialmente raggiungendo 100.000 abitanti nel 1959, ha il suo primo vescovo (il giovane Pietro Fiordelli, nel 1954), la sua prima Federazione Comunista indipendente dal capoluogo (1959). L’autonomia urbana rispetto a Prato e Pistoia viene ribadita dal Piano Marconi del 1963, piano su cui si svilupperà la città che conosciamo oggi. Prato comincia, anche, a voler diventar provincia, un processo che segue con determinazione per oltre trent’anni e che si compirà finalmente con la legge 142 del 1990.

Mauro Bellandi è un commerciante comunista. Come altre migliaia di atei italiani prima di lui, decide di sposare Loriana Nunziati solo civilmente il 12 agosto, matrimonio officiato dal sindaco comunista Roberto Giovannini e festeggiato in pompa magna in un ristorante di Piazza del Duomo. Lo stesso giorno, alla Chiesa del Soccorso, il Vescovo Fiordelli fa leggere a Don Aiazzi una notificazione in cui condanna il “gesto di aperto sprezzante ripudio della Religione” dei “due battezzati,” classificandoli come “pubblici concubini” “alla luce della Morale Cristiana e delle leggi della Chiesa.” Il prete inserisce la nota, su indicazione di Fiordelli, anche nel bollettino, “Richiami,” pubblicazione che arriva nelle case di tutte le famiglie della parrocchia del Soccorso e fa affiggere la condanna sulla porta della chiesa per 8 giorni. A settembre, i coniugi querelano prete e vescovo per diffamazione.
La notizia, in principio, esce solo su un periodico comunista locale. La Procura è per l’archiviazione; la Corte d’Appello il 27 giugno 1957 rinvia a giudizio Fiordelli e don Aiazzi. Ma presto quello dei concubini di Prato diviene un vero e proprio caso nazionale. Emergono le circostanze dei fatti. La Nunziati, di fatto, non è proprio atea. Tutt’altro. Proviene da una famiglia cattolica—i genitori hanno un bar sulla limitrofa via Zarini e fanno parte della congregazione del Soccorso appunto—ed è quella stessa famiglia, in particolare la madre, che avvicinata da religiosi, spinge Loriana a battezzare il figlio, Lelio, nato nell’ottobre del 1957. Lo fa di nascosto dal marito. Bellandi lo viene a sapere da altri e litiga coi familiari. Già provato per un’aggressione subita l’inverno precedente, i danni economici (è costretto a chiudere la bottega in via Cairoli per il boicottaggio subito) e lo stress per il caso ormai discusso sui principali quotidiani nazionali, si ammala. Viene ricoverato per encefalite, una complicazione dell’influenza asiatica. In quei giorni (autunno 1957), l’Osservatore Romano si schiera col vescovo. Jaures Busoni, segretario del fronte democratico popolare della provincia di Firenze, denuncia la speculazione politica del caso, visti i 300,000 matrimoni civili celebrati in Italia dalla firma dei Patti Lateranensi del 1929. “Ma Prato non era Roma o Milano,” mi spiega Mario Dini, 88 anni, storico dirigente del PCI di Prato, che civilmente si sposò nell’ottobre del 1957 “senza suscitare alcun clamore.” “Quello che fecero i Bellandi era una cosa rarissima per la Prato di allora,” precisa Dini.
Al processo, che ha luogo nel febbraio del ‘58, a ridosso delle elezioni politiche, Fiordelli non si presenta; ci sono i comitati civici e sempre più curiosi in platea. Si discute anche della dinamica del famoso battesimo di Lelio. In città, c’è chi si schiera col Vescovo e chi contro, anche tra i cattolici, seppur pochi lo facciano pubblicamente. Il caso è oramai divenuto un “fatto popolarissimo che appassiona le grandi masse,” come riporta l’Unità. Si è aperto anche un dibattito giuridico e processuale su cosa costituisca la reputazione morale e civile di una persona, conversazione che presto degenera in un vero e proprio scontro tra Stato e Chiesa, che secondo il gesuita Lener “(La Civiltà Cattolica”) produce un vulnus al Concordato—insomma, si tratta di una questione diplomatica piuttosto che penalistica. Furono dure le accuse a Fiordelli dal mondo laico (L’Unità, L’Espresso, Il Mondo), mentre lo difese il giurista Giorgio La Pira. L’avvocato della difesa D’Avack pose la questione etica di considerare “la buona reputazione fideistica e religiosa parte costituente di quella civile e laica.”
Non era dunque stata un’ingerenza quella del Vescovo di Prato? All’inizio parve di sì.
Il Tribunale di Firenze dà ragione ai coniugi. Fiordelli viene condannato al pagamento di 40,000 lire di multa ai Bellandi e alle spese processuali, fatto inedito per un vescovo. Al momento della lettura della sentenza, i giornali di sinistra riportano in aula “un entusiasmo indescrivibile;” fuori dal tribunale, la folla esulta.
Fiordelli, messo a capo della nascente diocesi di Prato proprio in quanto giovane ed espressione della pastorale dinamica e aggressiva di Pio XII, alza i toni. Si paragona a Gesù ed accomuna i giudici ai persecutori dei vescovi in Cina. Centinaia di attivisti clericali e democristiani vanno alla Curia a portare la propria solidarietà a Fiordelli. Avviene addirittura una presa di possesso (illecita) delle onde di trasmissione radiofonica durante il varietà del secondo canale, “Campo de’ Fiori,” al momento del giornale radio. Lo speaker pronuncia un comizio aggressivo lungo 15 minuti contro la magistratura italiana. Il Vescovo di Prato trova imitatori a Cremona e a Roccastrada (in provincia di Grosseto).
Intanto, la Democrazia Cristiana esce vincente dalle elezioni di maggio e il cosiddetto “centro democratico” rinsalda la propria posizione di forza governativa.
A ottobre, Fiordelli e don Aiazzi vengono assolti in appello con formula piena con la seguente motivazione: la Chiesa cattolica è “nel proprio ordine indipendente e sovrana, riconosce che lo Stato italiano non ha alcun sindacato sul merito degli atti da essa emanati in forza del suo potere e della sua attività giurisdizionale in materia ecclesiastica, ma rivendica al tempo stesso a sé un generale sindacato sul modo di esercizio di siffatto potere ed attività”. Ancora: rifacendosi al Concordato, “è indubitato che lo Stato non può censurare un atto compiuto da un sacerdote nel suo ministero spirituale”.
Le sanzioni inflitte dal vescovo ai coniugi Bellandi sono “esclusivamente spirituali” visto che Il vescovo “non ha pertanto disconosciuto la validità del matrimonio civile di fronte alle leggi italiane ma ha espresso il suo apprezzamento sul matrimonio civile alla luce del diritto della Chiesa.” Risuonano quantomeno beffarde tali precisazioni alla luce delle devastanti ripercussioni del caso sulla vita dei due coniugi.

Le vicende di Mauro Bellandi e Loriana Nunziati successive al processo sono meno note. I due si separarono subito. Dopo aver sofferto un ictus, l’uomo chiese di esser trasferito a Praga per ricevere cure migliori; a detta di Dini, il Partito si fece carico di tutte le spese. Secondo la ricostruzione di Toscana Oggi, Bellandi venne fatto invece “sparire,” a suggerire che era diventato un personaggio scomodo. Ritornò a camminare, grazie alla riabilitazione, in Cecoslovacchia si rifece una vita e rivide Lelio, che aveva appena conosciuto da infante, solo negli anni Settanta. La Nunziati crebbe il figlio nella tradizione cattolica—la professoressa Carla Bertini mi racconta che mandò Lelio a scuola proprio alla Casa del Fanciullo. La donna morì nel 2007, proprio lo stesso 12 agosto in cui “da cristiana” si era voluta unire in matrimonio civile con il comunista Bellandi e per questo, “per essersi imputata,” era stata pubblicamente additata come concubina dal proprio vescovo.

Ma il caso degli sposi di Prato riverbera per un po’: all’anticlericalismo organizzato” è imputata addirittura la morte di Pio XII, spirato a pochi giorni dal processo di appello a Fiordelli, mentre nel movimento cattolico pratese si registra una frattura tra Curia e cittadini.

Anche i rapporti tra don Aiazzi e il Vescovo si raffreddarono a seguito della vicenda, secondo Fatighenti. Ma questo non ferma la smania del fare del prete del Soccorso. Una frenesia contagiosa, animata proprio dalla fede nel “Verbo incarnato” (…) perché “la fede senza le opere è morta” (Gc. 2, 14-26). E infatti, prima di andare a insegnare alla Casa del Fanciullo, le signorine/castellane facevano le pesche per il bar della chiesa, racconta Fatighenti. La professoressa Bertini era anche barista e autista del pulmino, per dire. Andava a prendere e riportare i ragazzi che abitavano fuori o ai margini del quartiere. Il sabato mattina poi dalla piazza del Soccorso partivano i pulmini carichi di volontari “per tutto il mondo,” enfatizza Fatighenti. Villa Verde, il Montaione, Il Calambrone.
Il Montaione, per l’appunto, fu di fatto un’impresa per Don Aiazzi, ma anche un luogo del cuore, visto che lì decise di ritirarsi nei mesi prima di morire. Nei primi anni Ottanta, vi comprò un podere per poche lire. Si trattava di una riserva di caccia, divenuta nel tempo casa di appuntamenti, di cui seppe grazie al padre. Monsignore l’acquisì e la trasformò in una casa-famiglia per anziani (“La Collinella”) e ne rilanciò la produzione agricola: vino, olio, frutta e verdura. Nei campi di Montaione presero a lavorare i ragazzi che al compimento del diciottesimo anno di età uscivano dalle case-famiglia gestite dalla parrocchia, ciascuna presieduta da una castellana/signorina; ma anche le ragazze madri che stavano nei locali vicino alla chiesa o quelle che arrivavano da Casa Speranza (a Settignano), la struttura rilevata da Don Aiazzi per evitarne la chiusura (e poi gestita dalla spigolatrice Margherita Gestri). Che ci fosse troppo fervore nell’aiutare le giovani donne? Monsignore faceva di tutto per non alimentare i pettegolezzi. “Pensi che una volta a Vittoria Apuana,” ricorda la Bertini. “Una ragazza bevve della varichina e Monsignore la fece camminare fino al vicino ospedale, e lui dietro con la Topolino!” Pur di non dare adito alle malelingue si rifiutò di caricarla in macchina.
Negli anni, Monsignore rilevò l’Istituto Tecnico Commerciale Nicastro, comprò la colonia Cangioli e fondò la Casa per Ferie “Il Cenacolo” di Calambrone a Tirrenia. Lì andavano anche i malati di tiroide, gli asmatici, color che non erano autosufficienti. Fu meta dell’associazione Passio Cattolica che s’impegnava a portare conforto ai malati della parrocchia. A Calambrone, c’era un bel giardino e per un breve periodo anche quella tenuta divenne una casa di cura, sempre sostenuta dal volontariato di parrocchiani e dalle signorine.
Fu proprio in occasione dell’acquisto del Calambrone che venne creata la Fondazione Pro Verbo, a cui Don Aiazzi donò tutti i propri beni personali nel 1982.

Al Soccorso, da villaggio modello si è arrivati ad avere “una fungaia di palazzi,” scrive La Nazione nel marzo del 1967. Nell’area tra via Roma e l’attuale via Carlo Marx il verde non è previsto. In fondo, gli stessi piani regolatori (Baroni, 1954; Savioli 1956; Marconi, 1964) sono improntati ad un approccio laissez faire dello sviluppo edilizio, con eccezione forse del Savioli che infatti venne bocciato forse proprio a causa delle pressioni di industriali e artigiani che lo vedevano come troppo limitante per lo sviluppo di imprese. Ma il Comune disse no al raddoppio autostradale, mi ribadisce Dini; ci fu così il declassamento dell’autostrada (che divenne tratto urbano) in zona Soccorso.
L’idea che governa tale pianificazione è costante nel tempo secondo l’esperto di storia locale Riccardo Cammelli: “come coniugare lo sviluppo economico con lo sviluppo urbanistico servendo però sempre l’economia locale.” Nella città dove la promiscuità abitativo-produttiva è rimasta nei decenni un tratto caratterizzante, non esiste attenzione alla vivibilità del quartiere. Del resto, anche a Firenze non si comincia a ripensare le varie zone della città fino alla ricostruzione necessaria a seguito dell’alluvione del 1966, mi fa notare Cammelli. Eppure, negli anni Sessanta anche in una città malata di lavoro come Prato, c’è chi pensa ai bambini e ai ragazzi. Nel 1962, da un’idea di Mario Dini, nasce il Centro Giovanile di Formazione Sportiva “per insegnare i ragazzi a nuotare.” Dini, Assessore allo Sport, volle poi fortemente la costruzione di piscine, provocando forti critiche da parte dei democristiani che fecero dei manifesti con la lista di ciò di cui la città in espansione aveva davvero bisogno: scuole, fogne, eccetera. “Ed era vero,” mi racconta Dini. “Io dissi, sì, e tra tutte queste cose c’è bisogno anche di una piscina! Perché i ragazzi in qualche posto devono andare, non devono andare in Bisenzio a fare il bagno. Devono imparare a nuotare!” Ma a Grignano, Dini aveva già fatto un’altra battaglia per dare alla cittadinanza del verde. “Non rinnovai la concessione ai cavallai dell’Ippodromo.” Non pensava il dirigente comunista, che fosse giusto che la popolazione non potesse usufruire di tutto quel verde e così nacque il parco pubblico.

Intanto, nel quartiere del Soccorso don Aiazzi apre un circolo per i giovani che gravitano in parrocchia; fa ristrutturare il cinema (il Controluce) che fornisce “intrattenimento per tutta la famiglia,” specie i cartoni animati della Disney, a contrastare la “tentazione” rappresentata dal cinema a luci rosse (l’Odeon di via Milano); mette su una compagnia teatrale. Ma soprattutto fonda l’Ambrosiana Calcio che divenne, grazie al barista-proiezionista-allenatore, Mario Lastrucci, tra le squadre più forti del circondario assieme all’AC Maliseti. Già nel 1958 nasceva la Polisportiva con la squadra ciclistica “Il Soccorso,” poi guidata dal futuro sindaco Claudio Martini. Monsignore era un accanito sostenitore dei ragazzi e li seguiva con la Topolino, ricorda la professoressa Bertini. Don Aiazzi credeva che il divertimento (e lo sport) dovessero essere inglobati e offerti in un contesto “sano”, protetto, cioè cristiano. Una visione diversa da quella del contemporaneo Don Lorenzo Milani che portò alla cosiddetta “guerra dei ping pong”—nei locali della chiesa del Soccorso fecero la loro comparsa anche i tavoli da ping pong. E mentre il prete di Barbiana, come i suoi studenti del resto, ha lasciato tanti scritti del proprio pensiero sull’educazione e su molto altro, Don Aiazzi no. Il prete del Soccorso era soprattutto un grande oratore, un Uomo della Parola. Certo, alcune sue meditazioni sono state raccolte, ma alla Bertini, che me le legge un estratto, non sembrano le stesse. “Hanno fatto forse dei riassunti… A me non sembra di sentir Monsignore.” Aveva un’incredibile “capacità di mantenere sempre il filo del discorso, che è qualcosa di diverso da fare grandi discorsi,” ricorda Don Paolo Bini, a lungo cappellano presso la Chiesa del Soccorso, poi parroco all’Ascensione al Pino. [Aveva] “la capacità di parlare di un argomento, di fare diverse digressioni dall’argomento, e, magari anche dopo diversi minuti nei quali aveva parlato di cose diverse, ritornare al punto dove aveva lasciato il discorso per riprenderlo con precisione, quasi come se tutte le digressioni non ci fossero mai state.” Monsignore era forte nei dibattimenti, anche politici, mi conferma la professoressa Bertini. Troppo impegnato forse nell’amministrare il proprio castello non ebbe mai tempo di fermarsi per scrivere. Eppure, sempre a detta della Bertini, “passò un periodo in cui Monsignore scriveva poesie.”
Aveva un carattere forte, per la professoressa, ma Fatighenti parla anche del “caratteraccio” di Monsignore. “Ma solo con chi lo conosceva bene però.” Era spesso brusco, forse perché “sempre di corsa,” come lo definisce Silvestro Bardazzi, l’architetto a cui fu affidata la ristrutturazione della chiesa. “Pretendeva sacrifici dai suoi collaboratori, visto che dava tutto sé stesso,” continua Fatighenti. “Con tutti gli altri, invece, era gentilissimo.” L’ingegnere ricorda un periodo in cui fece da autista a Monsignore. Si era rotto il femore in un incidente in macchina ed era claudicante. Non poteva portare la tonaca, per non rischiare di cadere e d’estate teneva i ciclisti neri e d’inverno pantaloni neri e l’immancabile colbacco.
“Allora vieni verso le cinque e mezzo,” mi diceva Monsignore. “Porc…ma io mi vergognavo a dirgli di no,” dice Fatighenti. D’altra parte, la città stessa che non dormiva mai, con i suoi telai sempre in funzione. Don Aiazzi era già sveglio alle 4 del mattino. “Aveva una vitalità fuori del normale,” continua e nella breve pausa sospesa nel fumo della sua sigaretta, Fatighenti fa partire l’ennesimo ricordo. “Il sabato e la domenica si macinavano chilometri e chilometri. Doveva andare a dir messa al Montaione e poi via da un’altra parte.” Sempre di corsa.

Don Aiazzi visse una vita spartana, fatta di pranzi frugali e di nessun comfort. Figlio unico, visse con i genitori in via della Liberazione (avevano il negozio nella limitrofa via Livi) finché non morì la madre nel 1970. Poi portò l’anziano padre in canonica, assieme alla fedelissima Elena, la perpetua sepolta accanto a Monsignore nei locali della Misericordia. Eppure, con don Aiazzi si consultavano molte personalità cittadine, inclusi i politici locali. Fatighenti ricorda che solo in un’occasione, quando fu chiamato a parlare all’Hotel Palace negli anni Ottanta, alla presenza di un noto politico democristiano, don Aiazzi si scrisse il discorso, lui che andava sempre a braccio.

Con gli anni, arrivarono anche le suore alla Casa del Fanciullo (severe, a quanto scrive Fabio Panerai nel suo I Vetri sui Muri), il tempo pieno e la mensa; vicino allo storico Bar Orgiu aprì perfino una cartolibreria per rispondere alle esigenze degli studenti e delle famiglie, ma soprattutto perché Don Aiazzi “sfruttava davvero tutte le occasioni.” E lì vicino, in un fondo sfitto, trovò sede, divenendo così parte del castello, anche il Movimento Cristiano Lavoratori.
“Tutto a fin di bene, tutto a fin di bene.” Mi tornano in mente le parole di Alessandro Bardazzi, responsabile di Emmaus Le Rose, che per primo mi ha parlato di Monsignore.

Fine anni Settanta. È il tempo delle radio libere e nei locali accanto alla chiesa c’è Radio Charlie gestita da un gruppetto di ragazzi. Presto anche loro vanno da Don Aiazzi (“l’acquasantiera,” ridacchia Fatighenti) a chiedere di aiutarli. La stanza, che dava sulla trafficata via Roma, viene così insonorizzata, Monsignore affitta i ripetitori alla cementizia della Querce e poi sul Monte Morello finché la radio arriva ad avere diffusione regionale. Nasce così nel 1979 Antenna Toscana Uno, emittente cattolica diretta dalla signorina/giornalista Giuseppina Gestri. Presto allarga le proprie frequenze a Pistoia e Firenze, offrendo informazione, notizie di sport locale e musica. Soprattutto, Don Aiazzi comincia a trasmettere via etere le proprie riflessioni religiose quotidiane. La Pro Verbo contribuisce anche alla creazione di quella che poi diviene Rete Toscana Classica nel 2001—il padre di Claudio Martini, futuro sindaco di Prato (1989-1995), era organista in chiesa e appassionato di musica classica.
A metà anni Ottanta, Don Aiazzi interviene anche nell’operazione di trasferimento in sede più idonea del prestigioso Osservatorio Sismologico San Domenico, ospitando le attrezzature per un periodo di tempo in via Marengo, e aiutando nel reperimento di terreni (San Leonardo in Collina) per i rilevatori e la nuova collocazione dei sismografi in un istituto di Tobbiana.
Alla fine degli anni Ottanta è la volta di TV Prato. Anche la televisione chiese aiuto a Don Aiazzi per non chiudere e allora approda nei locali dell’ex ospedale di fronte alla chiesa dove esiste da tempo anche una casa-famiglia per anziani.

Fu quella l’ultima grossa impresa a cui Don Aiazzi riuscì a dire sì: credeva molto nell’importanza dei mezzi di comunicazione di massa per la diffusione del Verbo, ma la televisione costava tanto e “la Mamma” non c’era più. Nel 1988, Bankitalia decise per il commissionariamento; ci fu un tentativo di salvataggio da parte di Carlo Azeglio Ciampi e poi l’intervento del Fondo di tutela interbancario guidato da Paolo Savona. Nel 1993, furono arrestati Bambagioni e Prospero per dei finanziamenti alle aziende della famiglia Bambagioni. Di lì a poco la Cassa di Risparmio viene incorporata dal Monte dei Paschi (trasmuterà in CariPrato, poi Banca Popolare di Vicenza e infine Banca Intesa).
È anche la fine dell’avventura della Casa del Fanciullo. “Trentacinque dipendenti, ben sette sezioni, Monsignore riunì tutti e disse, ‘100 milioni dove li trovo?’” ricorda la Bertini. Non fu un esito senza conflitti: i genitori andarono dal Vescovo a protestare, Monsignore discusse a lungo con gli insegnanti. Di lì a poco, don Danilo Aiazzi si ammalò; con la sua morte si chiuse definitivamente un’epoca e con essa il castello che aveva edificato.

Un ringraziamento speciale va a Riccardo Cammelli per la consulenza storica e gli appunti sul Soccorso e le questioni relative alla storia dei concubini di Prato.

“Soccorso Storico” è il progetto di Silvia Giagnoni. La scrittrice lavorerà alla creazione di un reportage narrativo di quartiere, frutto di una ricerca sul campo con interviste agli abitanti del Soccorso, indagini biografiche e contatti con personalità importanti che negli anni hanno reso questa periferia alle porte della città protagonista di storie da raccontare. E’ possibile contattare l’artista per contribuire con la propria storia, per questo Silvia ci ha lasciato una domanda a cui possiamo provare a rispondere: “ What makes you feel at home in Soccorso? – Cosa ti fa sentire a casa al Soccorso? ”

La residenza si inserisce all’interno del progetto “La Città Continua | Modelli culturali di Periferia“, elaborato da CUT | Circuito Urbano Temporaneo, Riciclidea e dal Servizio politiche giovanili del Comune di Prato è finanziato dalla Regione Toscana sul DD relativo agli interventi sulla sicurezza urbana integrata.

Un’anteprima degli articoli di Soccorso Storico sarà pubblicato su Pratosfera ogni settimana nella mattina di martedì.

https://www.pratosfera.com/

Per partecipare e per informazioni:
MAIL: cutcircuitourbanotemporaneo@gmail.com
TEL: 3293233936
http://www.cutcircuitourbanotemporaneo.com

Un commento Aggiungi il tuo

  1. Patrizia ha detto:

    Un vero tuffo della ” Prato che fu” con spaccati di vita conosciuti ed altri inediti, che solitamente gli anziani fanno conoscere ai giovani con i loro ricordi. Questa volta un’ anziana(io) ha potuto aprire il libro dei ricordi della sua vecchia Prato, attraverso la penna di una giovane scrittrice. Grazie Silvia.

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