Soccorso Storico | Capitolo CINQUE

La socialità ai tempi del Covid: il Pallaio e il Centro Pitigliani

DI Silvia Giagnoni

L’entrata della Bocciofila “La Romita” è riservata ai soli soci. È ottobre oramai e fa freschino, l’umido autunnale entra nelle ossa. Ho un appuntamento con Rinaldo Drovandi, da qualche mese presidente del pallaio del Soccorso. Mi ha suggerito di venire di mattina se volevo parlare con qualche socio, perché di pomeriggio “giocano a carte e è difficile che smettano.”
Quando arrivo Drovandi è al telefono nel suo ufficio, un piccolo prefabbricato spartano alla sinistra dell’entrata. Mentre aspetto noto l’insegna spenta “Buone Feste” che campeggia in beffa alle stagioni davanti all’entrata del pallaio vero e proprio.
-Buongiorno!
Il presidente è un uomo sulla settantina con un sorriso accogliente. Solo alla seconda intervista scoprirò che Rinaldo Drovandi è stato campione europeo e italiano di corse su pista con l’Alfa Romeo (Alfasud) nonché gestore per anni della concessionaria della prestigiosa casa automobilistica a Prato. (A mio padre, patito di corse in macchina, brillano gli occhi quando gli dico che ho intervistato Drovandi; e mi fornisce ulteriori dettagli: nella sua carriera su 35 gare ha fatto ben 31 podi. Un autentico campione.)

Camminiamo verso il pergolato dove ci sono dei signori anziani seduti attorno ad un tavolo proprio a giocare a carte. E invece, forse che le partite mattutine valgano meno, esortati dal loro presidente, si fermano e cominciano a parlare con me. Mi ritrovo quindi a fare una sorta di intervista di gruppo e infatti chiedo a ciascuno di dire nome e cognome prima di parlare o rispondere alle mie domande. Richiesta che cade nel vuoto e che devo reiterare più volte fino a che incrocio le dita e spero di ricordare chi dice cosa e che la registrazione venga bene. (Dopo qualche minuto, però, subentra il rumore totalizzante di un martello pneumatico, in azione forse proprio in un prefabbricato all’interno della bocciofila e allora basta, getto la spugna, decido di rilassarmi, e proseguire con questa chiacchierata, tornerò comunque il giorno successivo, nel tardo pomeriggio, perché allora, mi dice il signor Rinaldo, vengono anche alcune donne, cioè le mogli. Vale la pena ribadire che la divisione dei ruoli qua è ferrea e che loro, le donne, non giocano né a carte né a bocce e vengono solo “per fare due chiacchiere.” È un universo maschile, insomma, il pallaio e mi chiedo se sia proprio questo il motivo per cui noi toscanacci gli abbiamo affibbiato quel nome lì, come a prendere le distanze dall’italiano ‘bocciodromo’)

Drovandi ci tiene ad appellarmi correttamente, “signora o signorina?” secondo il mio status civile, ignorando quanto abbia in odio l’espressione ‘signora’ appiccata alla mia persona. Non gliene ho. Mi sembra davvero una brava persona che nell’associazionismo trova più che un diversivo la realizzazione del proprio sé.


-Io con la mascherina un parlo, – dice l’uomo alla mia destra. –Arrivederci.
Si alza e se ne va.
Chiedo a questi soci perché frequentino il pallaio.
-Fornesi Benito, –
dice il primo. -Per passare il tempo… Per far l’ora del desinare.
-Benito, Eh? –
commenta un tipo che ancora non si è presentato.
-Sono abbastanza giovane, eh?
Risata generale.
-Renzo Salvadori,
continua un altro. – È il luogo più vicino per poter perder qualche ora di tempo. Si viene a giocare a carte, a vedere giocare a bocce.
-… a raccontare qualche balla! –
s’inserisce Benito.
-Io gioco a carte e a bocce, –
asserisce Antonio Moccia.


Non tutti abitano nel quartiere ma la maggior parte si sono conosciuti qui. D’altronde, di centri di aggregazione al Soccorso e nelle vicinanze ne sono rimasti pochi, e per gli anziani di fatto resta solo il pallaio. Sono ben centosettanta i soci della Bocciofila “La Romita,” situata nella via omonima e confinante con i giardini di via Carlo Marx.
Il Signor Rinaldo abita di fatto in vallata, ma da tempo frequenta il pallaio del Soccorso e ha una lunga esperienza nell’associazionismo—è anche presidente di Arte Auto Prato, che assieme all’ACI appoggia “qualsiasi manifestazione a carattere automobilistico sportivo,” come si legge sul sito del gruppo. La visione di Drovandi è quella di aprire il pallaio alla popolazione, anche se non tutti nella società concordano, apprezzando proprio l’esclusività dello spazio che garantisce il club privato. Il progetto è quello di metter su una tenda sia per far fronte alle esigenze dei soci che per poter utilizzare lo spazio coperto per convegni e assemblee pubbliche. In tempi di Covid, la casina della bocciofila ha infatti una capacità di sole quaranta persone.

Al di là della rete, ci sono i giardini di via Carlo Marx, cioè un luogo non sicuro. Me lo ribadiscono anche le signore, in un’altra intervista di gruppo. “Ci passano i motorini e ci sono i ragazzi (grandi, eh!) che giocano a pallone…
-O corrono con le bici…
-O con i monopattini…
-E i cani che sporcano…
-…Il polverone sollevato dai ragazzi è tremendo, – dichiara la signora Rosa Martone.
-‘Andate a giocare all’Ippodromo, gli dico,’ – continua la signora Lucia Benucci. – ‘Avete le biciclette.’ ‘Andate voi, rispondono.
-E poi dicono delle parolacce.’
-Eh, sì…


È risaputo nel quartiere che i ragazzi usano l’opera di arte contemporanea che Giò Pomodoro dedicò a Pable Neruda (chiamata “La Isla Negra”) come porta.
Mancano le panchine! incalzano le signore. Vorrebbero più controlli, meno sporco. Lamentano, come alcuni soci uomini, la mancanza di interesse dei politici locali. Al pallaio, invece, si sentono più tranquille. Chiacchierano sedute a capannello, munite di mascherina e contente di avere un posto dove uscire per un paio d’ore. Si tengono compagnia.
-Siamo sempre meno, – mi dice però la signora Benucci. -Chi ha male di qua, chi ha male di là…Chi è diventato più anziano. La vita è così.
-Io gli voglio tanto bene al Sindaco, –
si inserisce la signora Martone. -Avevo anche un numero di telefono ma l’ho perso. È vedova ma ha continuato a venire al pallaio dopo la morte del marito.
Ma lo fanno vedere alla televisione?
Mi chiedono più volte, incuriosite dalla presenza dell’operatore—Andrea Foligni, documentarista che sta girando un video sul progetto di CUT al Soccorso.
Tutti al pallaio concordano che un aiuto dal Comune sarebbe necessario per far funzionare meglio le cose nel quartiere, anche se poi divergono sulle modalità: chi pensa al vigile di quartiere, chi giura che non c’è personale e chi invece è convinto del contrario, a dimostrazione della “fila di macchine dei vigili parcheggiate fuori dalla sede.” Si lamenta anche la presenza di persone senza dimora, spesso immigrati, che vengono a fare i bisogni ai giardini o poi dei ladruncoli. Non mancano gli aneddoti—la collanina rubata mentre si piegava per raccogliere il cappello. C’è chi non è contento del fatto che venga consentito di tanto in tanto di utilizzare il bagno o la fontanina del pallaio, specie in tempo di pandemia. La priorità, però per Rinaldo resta fare socialità, fondamentale specie per gli anziani.
-Perché sennò si diventa tutti delle bestie, – dice.

Il sabato mattina intervisto Giuseppina Scala, da otto anni presidente del Centro Civico Sandro e Lea Pitigliani su via Milano. Anche la signora Scala concorda con Drovandi. Il Centro è chiuso da mesi per via dell’emergenza Covid, e solo da qualche giorno la presidente ha accettato di riaprire almeno per la tombola—“la burocrazia è tanta però e non ho molto aiuto;” la signora Giuseppina ha dedicato la vita al volontariato ma adesso ha anche un marito molto anziano da accudire. Il Centro riaprirà ma niente giochi di carte né balli, la passione della presidente e non solo. Per molti anziani, persone sole, donne e uomini, lo spazio per la socialità offerto dal Pitigliani manca come l’aria.
-Una signora mi ha chiamato e piangeva, – mi racconta la signora Giuseppina. –Mi diceva, io non mi riconosco. Divento matta senza uscire.


“Le persone” sono la ragione per cui la signora Giuseppina tiene l’amministrazione e organizza le molte attività del centro: i corsi di ginnastica al mattino, i balli, le feste in maschera, la tombola. Il Centro Pitigliani, che conta circa 100 soci, in tempi ‘normali’ sede elettorale e munito di un jolly per fare i documenti, è importante luogo di aggregazione anche per i ragazzi portatori di handicap. La presidente ne è orgogliosa ma preferisce non farmelo vedere (“deve essere sanificato”). A Giuseppina Scala è sempre piaciuto fare cose per gli altri. Casalinga con due figli, mi racconta che per anni è stata volontaria della Croce D’Oro—in Oncologia all’Ospedale di Prato e nelle case di riposo a dare da mangiare agli allettati e ad organizzare la tombola—e ha fatto parte del Consiglio della Corale Verdi (“mi occupavo della ricreazione”). Per lei, nata ad Ajaccio e cresciuta dagli zii a Figline, il volontariato è cominciato con la militanza nel Partito Comunista—“vendevo anche 100 Unità la domenica e poi le riviste, Vie Nuove e Noi Donne”. Da ragazza, ha lavorato al Fabbricone e mi dice che (“unica donna!”) ha fatto le serali al Buzzi.


Delle volte mi commuovo, – dice. – Mi vogliono tutti bene. Questo è bello.

Prima di salutarla mi promette che andrà a conoscere il nuovo Presidente del pallaio.

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