Contributo Critico dei curatori – TU35 – Prato

Testo di Stefania Rinaldi

Rispondo con piacere allo stimolo lanciato da Alessandro Gallicchio parlando della mia personale esperienza, che si lega in modo evidente al ruolo centrale che la città di Prato ricopre all’interno del panorama toscano e italiano per il contemporaneo. La mia esperienza nel mondo dell’arte contemporanea si concretizza infatti incontrando nel mio percorso proprio il territorio pratese, dopo una formazione storico-artistica nella vicinissima Firenze.

Così diversi anni fa proprio una realtà del territorio mi ha permesso di affacciarmi al suo interno, mi riferisco al Centro Per l’Arte Contemporanea Luigi Pecci in cui ho avuto modo di approfondire per alcuni anni i miei studi concentrando il mio sguardo verso un panorama contemporaneo altrimenti difficilmente fruibile in Toscana, legato e a volte incatenato ad una tradizione rinascimentale troppo spesso monopolizzante nelle manifestazioni di importanza internazionale.

Considero il Centro Pecci come una porta oltre la quale il mio sguardo arriva ad osservare la ricchezza e il fermento che in città si sviluppa con realtà indipendenti come quelle citate da Alessandro e ancora altre di diversa natura, nate da una precisa volontà di riscatto verso un sistema economico legato all’industria tessile che fino ad una quindicina di anni fa rendeva rintracciabile e identificabile il territorio pratese con l’eccellenza del tessuto Made in Italy. La mia riflessione e il mio pensiero vogliono essere rivolti a cercare e sottolineare le potenzialità che ho avuto modo di percepire durante la mia permanenza in città, che mia hanno portato a scegliere Prato come luogo in cui vivere e continuare la mia ricerca. Crocevia di sistemi complessi, legati al commercio fin dal medioevo, da Prato e verso Prato si sono concentrate grandi passaggi di popoli, con la loro migrazione reale come quella che da circa quarant’anni riguarda la popolazione cinese, fino a quella metaforica che ben descrive lo scrittore pratese Curzio Malaparte nel libro Maledetti toscani: “E dove son finite le bandiere e le uniformi del Corpo di Liberazione? e quelle della Repubblica di Salò? e le uniformi e i fazzoletti rossi dei partigiani? e quelle dei potenti eserciti inglesi e americani che han liberato l’Italia e l’Europa? Nella Galleria degli Uffizi? A Prato son finite, vendute come stracci. E le gramaglie delle madri, delle vedove, degli orfani di tutta la terra? A Prato, in mucchi di cenci polverosi. A Prato, dove tutto viene a finire: la gloria, l’onore, la pietà, la superbia, la vanità del mondo.”

A tutta questa ricchezza, già di per se stimolante, segue però poca consapevolezza della condizione metropolitana che circonda questa città, e qui il ruolo del mondo dell’Arte Contemporanea e dei suoi professionisti che operano sul territorio e che da qui sono transitati diventa oggi ancora più centrale. L’Arte ricopre infatti da sempre una funzione di motore e attivatore di riflessioni profonde. Concordo quindi pienamente con la lettura di Alessandro sul ruolo che gli operatori della cultura hanno all’interno della società, una responsabilità forte che dovrebbe portare alla collaborazione tra diverse figure e ad una contaminazione che non miri alla globalizzazione del pensiero ma alla valorizzazione e alla ricerca attraverso stimoli nuovi ed esempi virtuosi dell’esaltazione delle peculiarità territoriali. Vedo quindi l’idea di una mappatura dell’arte emergente come una necessità da perseguire per poi andare oltre, acquisire una conoscenza di un luogo per averne una cosciente lettura che possa essere contaminata in modo naturalmente immediato con tutto ciò che ne viene a contatto, che possa esportare ed importare, per utilizzare una terminologia cara a questa città, cultura e crescita sociale.

Prato, 29 agosto 2015

Stefania Rinaldi

Dalle macerie crescono giardini di Margherita Nuti

Mi piace pensare alla figura del curatore come ad un mestiere antico, come a qualcuno che si prende cura.

Così ho iniziato io con il mio amico Rocco Poiago quando qualche anno fa abbiamo aperto Qahwa in un ex capannone tessile nel centro storico della mia città: Prato. Volevamo creare uno spazio vivo, un ambiente creativo dove lavorare insieme agli artisti. Per noi l’arte era ed è qualcosa che non richiede schemi artificiali né istituzioni dominanti per esistere.

La mia città stava attraversando un lungo letargo ma il risveglio era alle porte e sentivamo l’urgenza di vivere in un luogo dove l’arte fosse presente in tutto, costantemente effusa in ogni angolo della vita quotidiana. Un posto dove gli artisti si sentissero amati e sostenuti davvero, dove non fosse necessario nessun permesso da nessuna persona o istituzione perché l’arte fiorisse.

Solo per qualche tempo siamo rusciti a sostenere economicamente lo spazio ma questa esperienza mi ha fatto capire quanto sia importante coinvolgere e sostenere gli artisti nel momento della produzione.

Oggi il territorio pratese conta numerose realtà indipendenti che si occupano di produzione culturale riempiendo un notevole vuoto istituzionale. Si è scatenato un processo virtuoso che parte dal basso dove professionisti e artisti riqualificano luoghi dimenticati legati ai mestieri.

È interessante osservare come questi luoghi febbricitanti, dove i telai scandivano il tempo dei nostri padri, siano scelti dalla mano dell’arte nel loro momento di silenzio assoluto. L’architettura industriale pratese diventa il paesaggio dove gli artisti trovano nuovi stimoli.

Un miracolo dove dalle macerie crescono giardini.

Il progetto TU35 del Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci sostenuto da Comune di Prato e Regione Toscana è un passo importante perché, riconoscendo il fermento culturale presente sul territorio, da avvio ad un dialogo nuovo tra istituzioni, curatori e spazi indipendenti, a favore della valorizzazione e diffusione dell’arte contemporanea toscana.

Prato, 9 settembre 2015

Margherita Nuti

TU35 – PRATO di Laura Capuozzo

Gli spunti che mi hanno preceduto ben sottolineano da un lato, l’esigenza che ci ha guidato  nella realizzazione della mostra, di attuare una  visione in tempo reale della creatività pratese e dall’altro, un’attitudine ad una dimensione aperta che caratterizza la città e lo stesso Centro per l’Arte Contemporanea sin dalla sua istituzione.

Non dimentichiamo che già negli ’80, nel fondare le basi programmatiche del Centro di Informazione e Documentazione per le Arti Visive del Pecci, gli allora “addetti ai lavori” riuniti in Convegno, tra cui Gillo Dorfles, Pier Luigi Tazzi, Germano Celant, Filiberto Menna, Achille Bonito Oliva e l’ Assessore alla Cultura del Comune di Prato Giampiero Nigro, nel discutere sui problemi connessi alla loro iniziativa, riconoscevano sì l’importanza dell’industria tessile che  costituiva il fattore trainante dell’economia e della creatività del territorio,  ma allo stesso tempo sottolineavano una vocazione verso il “nuovo”, caratterizzata da una sensibilità verso ciò che emerge, tanto nella produzione economica quanto in quella artistica ed intellettuale.

Come allora, oggi, si rende necessario, per noi “operatori della cultura”, mirare non tanto alla mera consacrazione del “presente”, ma piuttosto alla sua “proiezione” nel futuro, attraverso un rapporto attivo con la realtà sociale ed economica pratese.

Questa realtà – che Alessandro Gallicchio ha definito crocevia – ci impone di essere capaci di supportare le interazioni già in atto tra i fermenti e le ricerche locali e nazionali ed il contesto internazionale, fatto di artisti e studiosi che, per motivi diversi, si trovano di passaggio a Prato,  facilitandole e incentivando momenti di conoscenza, incontro e di dibattito che siano a favore non solo di noi addetti, ma di un più ampio pubblico, spesso collaterale e articolato  nei livelli di interesse e specializzazione e che già gravita intorno alle esposizioni, proponendo eventi culturali collegati anche indirettamente con le arti e la produzione visiva in genere.

Ciò non significa che la nostra attenzione debba essere onnicomprensiva, ossia rivolta nei confronti di qualsiasi prodotto del “contemporaneo”. Dare alla nostra ricerca un taglio internazionale e interdisciplinare vuol dire anche saper riconoscere e distinguere l’enorme quantità di materiale che con la creatività artistica ha poco a che fare ma che, complice la delegazione di quelle funzioni di didattica in senso lato e laboratori intorno agli eventi espositivi, circola  quotidianamente, (penso ai tanti tutorial pseudo-artistici che si trovano in rete,  ai pout pourri espositivi fai da te  messi su all’interno di ristoranti o  strutture ricettive oppure ai sempre più gettonati eventi mondano simil performativi a cui noi addetti al settore veniamo invitati una sera sì e l’altra no).

Nostro compito è quindi, secondo me, anche quello di divulgare gli strumenti utili per una lettura critica e attiva delle pratiche artistiche contemporanee, al fine di stimolare lo sviluppo culturale del territorio introducendo elementi di creatività in un contesto economico che, come giustamente ricordava Alessandro Gallicchio, è oggi duramente messo alla prova.

Come intendere dunque il nostro ruolo?

Sinceramente non sono d’accordo con una certa mentalità che considera un dato gruppo di artisti come appartenenti alla “scuderia” di un critico o di curatore, il quale a sua volta li “vende”, rendendosi più o meno consapevolmente, attore passivo di un sistema malato.

Credo, invece, che il compito di essere dei “rilevatori” d’artista stia piuttosto nell’interpretare le tendenze, le linee di ricerca, le difficoltà e le problematiche – anche organizzative o progettuali – che interessano l’attuale sistema dell’arte per offrire agli artisti competenza e sostegno durante tutto il loro percorso, prima ancora di offrirsi comepromoters.

Credo ci si attenda da noi l’essere consapevoli della nostra funzione, che deve essere a favore della collettività e non di un mercato che è spesso speculativo. Questo non vuol dire chiamarsi fuori dalle istituzioni e dai musei pubblici o dalle gallerie private, ma conservare e far valere un’etica anche all’interno del “sistema-arte”.

Evitare, dunque, nell’approccio curatoriale, il ragionamento selettivo cui Matteo Innocenti fa riferimento, credo stia dunque nel procedere non stabilendo gerarchie di valori per definire opere di buona o cattiva qualità, ma soprattutto nel cercare di gettare le basi di un nuovo approccio alla promozione artistica.

Ripartire dal “presente” e dai giovani talenti significa quindi, secondo me, essere in grado di riconoscere non tanto quello che è attuale oggi, ma l’odierna produzione artistica nei suoi caratteri “emergenti”.

Proprio una riflessione sul significato di  “emergente” credo debba guidarci nel ricercare ed individuare quegli artisti o collettivi che, con le loro opere,  mostrano la capacità di innovare il consolidato o di evolverlo.

Per questo, anche richiami al passato, come il ritorno alla pittura figurativa – tendenza che si è già ampiamente fatta notare oltreoceano – non dovrebbero essere etichettati a priori comerevival, ma analizzati in funzione della loro interazione e contaminazione col presente e dei loro effetti sul sistema dell’arte attuale, evitando di incoraggiare un’omologazione dell’arte esistente.

D’altro lato, le tecnologie che oggi incrociano e incontrano la produzione artistica, penso tra le altre a quelle biotecnologiche o immersive, definiscono un ambito di ricerca comune alle arti e alle scienze, all’interno del quale è sempre più difficile una definizione oggettiva dell’artisticità.

“Geografie dell’arte emergente”, significa, inoltre, per me, anche non tralasciare la produzione che avviene in aree marginali e in contesti sociali ed economici svantaggiati, ovvero evitare la facilità di sostenere solo quegli artisti che hanno già ampia visibilità sul territorio, in quanto, pur trovandoci nell’epoca della “promozione artistica  2.0”,  non è raro che il mercato risenta e venga ostacolato dalle condizioni dei luoghi di produzione.

A tal scopo, è importante per noi curatori e critici d’arte, la collaborazione sia con altre professionalità, sia con istituzioni e gallerie meno note, che mostrino di muoversi nella direzione che abbiamo individuato.

Una linea d’azione, quella della ricerca culturale e della formazione prima, e della divulgazione poi, che ci auguriamo possa, se non contribuire direttamente, almeno dare un segnale di spinta verso l’attenuazione delle difficoltà in cui il contesto locale si muove.

Ripenso all’infelice dichiarazione di un nostro politico che affermò che “con la cultura non si mangia” e penso che troppo spesso dimentichiamo che solo un contesto culturalmente aggiornato può fornire gli stimoli per la ripresa economica e produttiva.

La mappatura creativa a cui siamo stati chiamati è già un punto d’arrivo di queste considerazioni,  ma al tempo stesso, mi auguro, possa fornire un insieme di imput di partenza e proposte di intervento per iniziative  future.

Firenze, 29 agosto 2015

Laura Capuozzo

Crocevia Prato di Alessandro Gallicchio

Ritengo interessante provare a lanciare un dibattito tra i curatori dell’edizione TU35 Pratopoiché credo che all’interno di un’operazione di mappatura artistica – perché di questo si tratta – quelli che provocatoriamente chiamo i “rilevatori d’artista” possano cogliere l’occasione per porsi alcuni interrogativi importanti. Il processo di selezione permette infatti di mettere a fuoco alcune problematiche “provinciali” e di rendersi conto che Prato confina sì con Pistoia e Firenze ma in realtà confina con il mondo. La Toscana, vittima e allo stesso tempo artefice delle politiche di marketing, è diventata con il tempo un marchio da poter spendere nelle emissioni televisive nazionali e internazionali e nelle guide di tutto il mondo.

Alla Fnac di Parigi, solo per citare un esempio a me familiare, è possibile trovare uno scaffale intero (non pecco di megalomania) dedicato alla Toscana, un altro a New York, alcuni ripiani alla Spagna e al Portogallo e niente, o quasi niente, sui Balcani e sull’Est Europa. Se per curiosità, da italiano all’estero, viene la voglia di sfogliare una di queste guide, ci si rende immediatamente conto della centralità assunta da una città come Firenze e dell’importanza di altri luoghi come Siena, San Gimignano, la torre di Pisa e il Chianti. Prato, succursale industriale di questa geografia da cartolina, viene invece descritta, con una vena nostalgica, come il bacino del tessile sprofondato nel buio in seguito al suo apogeo negli ultimi decenni del XX secolo. Il profilo schizzato non è dunque dei più stimolanti, alla stessa maniera di quello che tende a sottolineare esclusivamente le difficoltà dovute alla migrazione cinese e alle conseguenti tensioni sociali. Questo scenario tende quindi a proporre un’immagine di Prato come un piccolo borgo nel quale gli operatori del tessile, sfiniti da una crisi europea senza scrupoli, alternano agli appuntamenti legali per le pratiche di fallimento le presenze ai funerali dei colleghi suicidi. Sorge spontanea una domanda: Prato è davvero tutto questo? O meglio: Prato è solo questo?

Avrei voluto rispondere a questa domanda dando un quadro completo della situazione pratese nel quale avrebbero potuto confluire analisi economiche, sociologiche, politiche e antropologiche, ma in questo momento non ne sono in grado. Per questo bisognerebbe proporre un progetto transdisciplinare e inventare un formato nel quale far confluire tutti i risultati e le rispettive proposte. Non mi sembra questo il quadro nel quale fare questa operazione. Ho deciso così di utilizzare il vocabolario artistico, quello con il quale lavoro, per proporre invece un punto di vista più positivo e, perché no, propositivo. Partirei dunque da ciò che è positivo, da quel termine che da il titolo al mio contributo: crocevia. Constato con amarezza, però, quanto sia difficile parlare di aspetti positivi in una società della catastrofe, del disfattismo, e quanto si abbia tendenza ad un immobilismo protettivo, che metta al riparo da cambiamenti. Soffermarsi dunque su quello che già c’è diventa quasi un atto di coraggio. A Prato c’è una connessione con il mondo! La città è un crocevia, una zona di passaggio che si contraddistingue per un’attitudine dinamica e per un desiderio di apertura. Il territorio pratese infatti conta numerosi catalizzatori che oltre ad esprimere il desiderio di accogliere nuovi progetti e nuove proposte sono pronti a creare ponti interessanti a livello internazionale. Mi limito a citare quelle realtà con le quali fino ad oggi ho avuto a che fare personalmente. Innanzitutto il Centro per l’Arte Contemporanea Pecci, aperto nel 1988, una delle prime istituzioni italiane dedicate all’arte contemporanea. Penso inoltre a realtà più indipendenti come Corte Via Genova. Qui, Studio Corte 17, con Chiara Bettazzi, ha svolto per anni un lavoro di riqualificazione industriale indipendente, ospitando decine di artisti nazionali e internazionali. Nella stessa zona Interno/8, con Rachel Morellet e Pamela Gori, ha proposto eventi culturali e mostre personali e collettive. Non si può dimenticare l’incredibile lavoro di Kinkaleri che, nella loro sede, lo SpazioK, hanno ospitato in residenza numerosiperformers. Poco distante c’è lo studio MDT, nel quale Franco Menicagli, Stefano Tondo e Raffaele Di Vaia da anni creano eventi. Dryphoto rappresenta invece il polo della fotografia, mentre il Contemporanea Festival è un momento importante per il teatro contemporaneo internazionale. Certo di aver dimenticato numerosi altri protagonisti, sento il dovere di affermare che questo non è poco, e che forse bisognerebbe spingere la politica a una presa di coscienza del potenziale di questa città. La promozione della costellazione del contemporaneo potrebbe infatti favorire nuovi legami con l’Italia e con l’estero attraverso figure professionali che, seppur di passaggio, hanno coscienza di questo fermento culturale. In un’epoca contraddistinta dall’insensibilità politica nei confronti dell’educazione e della cultura, l’unico modo per dare un vero segnale di cambiamento è quello di dare un sostegno economico a tutte queste realtà. Il telaio per una Prato contemporanea c’è già. Gli operatori della cultura devono quindi unirsi e avviare un’operazione di sensibilizzazione. Così vedo il mio ruolo, così vedo il ruolo di tutti coloro che lavorano in ambito culturale. Mi piace pensare in termini sportivi (sono un amante di calcio) e penso che un curatore, così come un insegnante o un direttore di un museo, non siano altro che un allenatore di una squadra di calcio. Devono trasmettere energia, sostenere e stimolare la propria squadra modellandola affinché ogni pedina possa esprimere al meglio il suo talento. La nostra prossima partita è quindi quella di mostrare che Prato è il crocevia di cui ho parlato.

Parigi, 18 luglio 2015

Alessandro Gallicchio

Introduzione di Matteo Innocenti

È sempre molto difficile osservare gli eventi nel corso del loro stesso accadere; una ricognizione territoriale sulla giovane arte presuppone che una visione in tempo reale in qualche modo avvenga – pur, date le premesse del progetto, senza la sistematicità di un ragionamento selettivo.

La difficoltà, che così parrebbe dimezzata, torna integra non appena ci si ponga la questione di come accomunare gli artisti invitati: nella sostanza se rilevare (o porre) un tema, un indirizzo di senso valevole per ognuno.

Forti anche di quanto esposto e visto sin qui delle altre province, sarebbe affascinante e sorprendente riuscire a scorgere una sensibilità condivisa, considerando che, almeno in Italia, ciò non avviene da decenni e che proprio in relazione a tale punto la critica d’arte ha mostrato una grave deficienza. Temo però che nella fase attuale ciò sia impossibile: ovvero non impossibile in termini assoluti, ma per l’ordine consequenziale del processo. Prima di tutto è necessario tornare a favorire delle condizioni culturali orientate alla sostanza e alla consapevolezza, in maniera che per gli artisti divenga più semplice concentrarsi sulle infinite direzioni, implicazioni, derive della propria ricerca piuttosto che sugli aspetti superficiali e sui giochi di apparenze.

Perciò con gli altri curatori di questa tappa abbiamo scelto come centro d’attenzione quello a nostro avviso più naturale e solido: è il presente stesso di Prato. Uno spostamento di prospettiva da ciò che si può raccontare a ciò che si può fare. Il contributo reale, pur delimitato entro le circostanze concettuali e fattive di TU35, e considerate tutte le diversità tra gli artisti, per porre in evidenza l’importanza attuale di questa città per un cambiamento della situazione dell’arte contemporanea in Italia – e il Forum nazionale si svolgerà a breve distanza.

A scanso di ogni fraintendimento. Non significa che questa tappa sia diversa rispetto alle altre o che possa qualcosa di particolare rispetto a una situazione radicata e complicatissima (a questo secondo riguardo poi saremmo del tutto fuori contesto); significa invece che abbiamo avvertito la necessità di sostenere la città, attraverso gli strumenti di cui disponiamo, per quanto è e per quanto potrà divenire. Vorremmo che questa dimensione aperta, in tempo reale, fosse anche l’occasione per rilanciare il dibattito critico, tramite il blog, su tanti aspetti del sistema arte che vorremmo trasformare, per una presa di responsabilità nei confronti di un presente che ci chiama.

Matteo Innocenti

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